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È morto oggi, a 97 anni, Silvio Carta, fondatore dell’omonima azienda di Baratili San Pietro e protagonista di una delle pagine più importanti della storia della Vernaccia di Oristano. Una vita interamente legata alla sua terra, alla vigna, al vino e a quella capacità tutta sarda di trasformare ciò che la natura offre in qualcosa capace di raccontare un luogo, la sua storia e la sua identità.

Ma Silvio Carta non era soltanto un imprenditore del vino. Era un uomo profondamente legato alla Sardegna, alle sue tradizioni e alla sua cultura popolare. Amava il ballo sardo, che viveva con quella vitalità e quell’ironia che appartenevano al suo carattere. Un modo di stare nella vita che racconta molto dell’uomo prima ancora che dell’imprenditore, energico, curioso, un visionario se pur profondamente attaccato alle proprie radici.

La sua storia era iniziata negli anni Cinquanta, quando aveva fondato l’azienda che continua a portare il suo nome. Protagonista la Vernaccia di Oristano, un vino antico e complesso, allora molto più presente nella quotidianità dell’Isola di quanto non sia oggi. Silvio Carta aveva scelto di scommettere proprio su quel vino, contribuendo nel tempo a costruirne una reputazione capace di superare i confini della Sardegna.

Non è un caso che ancora oggi il nome Carta sia strettamente legato alla Vernaccia. La cantina di Baratili San Pietro custodisce botti centenarie, conoscenze e pratiche produttive che appartengono alla storia enologica dell’Oristanese. Un patrimonio costruito con pazienza, attraverso vini che hanno bisogno di tempo per esprimere pienamente la propria personalità.

Ma raccontare Silvio Carta soltanto attraverso la Vernaccia sarebbe riduttivo. Nel corso degli anni, la sua attività si è aperta a un patrimonio più ampio di profumi, botaniche e materie prime dell’Isola. Negli anni Settanta arrivò la distilleria e, con essa, un nuovo capitolo della storia aziendale. Mirto, liquori, grappe e distillati ampliarono la produzione, sempre con lo sguardo rivolto alle risorse della Sardegna.

Una crescita che ha portato il nome di Silvio Carta ben oltre questo territorio, senza mai recidere il legame con il luogo da cui tutto era partito.

Una storia di famiglia

Quando, qualche tempo fa, abbiamo incontrato Elio Carta, amministratore delegato dell’azienda, gli abbiamo chiesto quale fosse stato il momento decisivo del suo ingresso nella realtà fondata dal padre.

La sua risposta raccontava molto più di una scelta professionale. Dopo gli studi in enologia, per Elio entrare in azienda era stato molto più che naturale. Era cresciuto dentro quella storia e aveva scelto di continuarla, assumendone progressivamente la responsabilità.

Parlando della Vernaccia, Elio ci aveva detto con chiarezza che la strada da seguire era puntare esclusivamente sulla qualità.

Una scelta che negli anni ha prodotto riconoscimenti importanti. La Vernaccia di Oristano DOC Riserva 2004 della Silvio Carta è stata premiata come miglior vino italiano assoluto al Vinitaly nel 2018 e, nel 2024, come miglior vino bianco italiano. La Vernaccia di Oristano DOC Riserva 2006 ha inoltre conquistato il Trophy all’International Wine Challenge 2024, uno dei più importanti concorsi enologici internazionali.

Sono attestazioni che assumono oggi un significato ancora più profondo, perché dietro quelle bottiglie c’è anche la storia di un uomo che aveva scelto di dedicare la propria vita a un vino non semplice, lontano dalle mode e dai consumi più immediati.

Silvio Carta aveva scelto di aspettare, e la Vernaccia, in qualche modo, gli ha dato ragione.

“Quando si parla di Silvio Carta si parla di Sardegna”

È probabilmente questa la frase che meglio restituisce il senso della conversazione avuta con Elio Carta. Gli avevamo chiesto quanto fosse importante, per l’azienda, mantenere il legame con il territorio.

La risposta era stata netta: “Quando si parla di Silvio Carta si parla di prodotti locali, si parla proprio di Sardegna, si parla della naturalità della Sardegna, della qualità della produzione che la nostra isola riesce ad esprimere.”

In queste parole c’è anche una parte importante dell’eredità lasciata dal fondatore. Non solo una florida azienda, ma un modo tutto nuovo di intendere il prodotto. La materia prima come espressione di un territorio, il paesaggio come parte integrante di ciò che arriva nel bicchiere.

Il ginepro, il mirto, gli agrumi, le erbe aromatiche e la stessa Vernaccia diventano così parte di un racconto più grande. Quello di un’Isola che Silvio Carta ha conosciuto profondamente e che ha contribuito a far conoscere attraverso il proprio lavoro.

La sua forza è stata anche quella di non cercare altrove ciò che la Sardegna aveva già da offrire.

Un uomo profondamente sardo

Ed è qui che il ricordo di Silvio Carta si allontana dalla semplice celebrazione di un imprenditore. Perché dietro il nome dell’azienda c’era un uomo fortemente legato alla propria terra. Un uomo che aveva attraversato decenni di cambiamenti senza perdere il rapporto con quella cultura sarda che faceva parte della sua identità.

Il futuro dopo Silvio

Quando abbiamo parlato con Elio, l’azienda di famiglia stava già guardando avanti. Prodotti sempre nuovi, tanta ricerca e la voglia di continuare a progettare il proprio futuro, ma senza sentire il bisogno di allontanarsi dalle proprie origini.

Elio, alla fine della nostra intervista, aveva condensato in una sola frase ciò che rappresenta la Silvio Carta: “L’espressione della Sardegna.”

Questo è il modo più semplice per salutare Silvio Carta.

Un uomo che ha cominciato in un piccolo paese dell’Oristanese, lavorando con un vino che apparteneva profondamente alla sua terra, e che nel corso di oltre settant’anni ha contribuito a far conoscere e apprezzare quella stessa terra attraverso una preziosa bottiglia.

Crediti foto di copertina Silvio Carta

Sara Sanna

Caporedattore
Sarda, scrive da sempre di enogastronomia, da qualche anno in modo professionale. La passione per questi argomenti è una eredità preziosa della sua famiglia dove le tradizioni culturali si sono radicate in simbiosi col piacere di condividere e di godere della scoperta del buon cibo.
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