Con Ignazio Mura, tra gesti antichi e ricordi condivisi
Di quel Natale non restano fotografie patinate né luci artificiali a decorare le strade. Non restano vetrine addobbate né calendari dell’Avvento da aprire un cassetto al giorno. Restano invece i gesti, gli odori, il tempo che sembrava più largo. Restano le voci nelle cucine, il fuoco acceso che scaldava e arrossava i visi, le mani che lavoravano senza fretta perché nessuno, ancora, aveva imparato a correre.
È a quel Natale lì che siamo tornati, io e Ignazio Mura, proprietario e gestore, insieme alla sorella Anastasia, dell’incantevole B&B Cortis Antigas a Gesturi, mentre il latte prendeva corpo, il siero si separava piano e la ricotta affiorava come un piccolo miracolo quotidiano.
Gesturi e il tempo che sapeva accogliere
Gesturi, nel cuore della Marmilla, è uno di quei paesi che non hanno mai avuto bisogno di spiegarsi troppo. Basta attraversarli, poi fermarsi e ascoltare. Ai piedi della Giara, tra campi che cambiano colore con le stagioni e silenzi che accompagnano e non fanno paura, il Natale arrivava senza annunci. Non bussava alla porta, semplicemente entrava. E trovava le famiglie già pronte ad accoglierlo.
Seduti in cucina, mentre Ignazio prepara il formaggio come ha visto fare fin da bambino, i ricordi iniziano a fluire con naturalezza. Il rumore del mestolo che gira nel paiolo, il vapore che appanna i vetri, il profumo del latte caldo, la grande stufa in ghisa, tutto contribuisce a riportarci indietro. Parlare di Natale, qui, significa parlare di infanzia e di adolescenza, di attese semplici e di una felicità che non aveva bisogno di essere dichiarata.
«Non mancava nulla»
«Non c’era molto, ma non mancava nulla», dice Ignazio. Una frase che racchiude un’intera visione di un vivere quotidiano essenziale, condiviso e profondamente umano. Un tempo in cui lo stare insieme non era un concetto da definire, ma un’esperienza concreta.
Il Natale nei piccoli paesi della Sardegna era soprattutto casa. La casa del più anziano, quasi sempre. Quella dove ci si ritrovava la sera della Vigilia, “sa nott’e xena”, la notte calda. Calda non solo per il fuoco acceso nel camino, ma per la sensazione rara e preziosa data dall’essere finalmente insieme. I pastori rientravano dalla transumanza, gli uomini tornavano da lavori lontani, chi aveva dovuto lasciare il paese per cercare fortuna altrove faceva di tutto per esserci.
Attorno al focolare
Il focolare era il centro del piccolo mondo. Attorno a quel fuoco si mangiava, si parlava, si ascoltava. I nonni raccontavano storie che avevano il sapore della vita vera, quella fatta di fame, sacrifici, ma anche ironia, dignità e resistenza. Racconti privi di retorica, che non insegnavano in modo esplicito, ma che trasmettevano conoscenza e identità attraverso l’esperienza di chi li narrava. I bambini ascoltavano in silenzio, seduti per terra o su panche improvvisate, con gli occhi attenti, imparando senza accorgersene cosa volesse dire appartenere a una famiglia, a un paese, a una comunità.
E mentre Ignazio controlla la temperatura del latte e regola i tempi con gesti sicuri, il discorso cade sulla famiglia che condividiamo, visto che suo nonno e mia nonna erano fratello e sorella. Si parla di persone forti, che avevano dedicato la propria vita al lavoro, di mani esperte che conoscevano il momento giusto per agire senza guardare l’orologio. Un affetto che ci arrivava, fatto di pochi abbracci ma di sguardi amorevoli e di una presenza costante che diceva: “se cadi, io ci sono”. Il Natale passava anche da lì, dalla capacità di trasformare il poco in qualcosa di buono, di condividere ciò che si aveva e di non sprecare nulla.
Il valore della condivisione
Il cibo non era mai solo cibo. Era cura, rispetto, condivisione e soprattutto riconoscenza. Non tutti potevano permettersi la carne, e quando c’era diventava una festa nella festa. Il porchetto, l’agnello, il capretto arrosto. Le frattaglie, “sa tratalia” e “sa cordula”. I formaggi fatti in casa, le salsicce secche preparate con anticipo. Tutto aveva un valore preciso, perché tutto era frutto di lavoro, di attesa e di stagioni rispettate.
E poi i dolci, preparati nei giorni precedenti con quello che offriva la terra, in particolare mandorle, sapa, miele per i più benestanti, uvetta, fichi secchi, mele, agrumi. Ogni famiglia aveva i suoi, simili eppure mai uguali. Non per distinguersi, ma perché ogni casa aveva la propria storia, un modo diverso di elaborare le ricette o di conservare gli ingredienti che servivano per realizzarle.
I regali, se fossero arrivati, sarebbero stati oggetti utili. Un maglione lavorato a mano, un paio di scarpe nuove, qualcosa che servisse davvero. Nessuno ne sentiva la mancanza, perché il dono più grande era essere lì, insieme, senza distrazioni. Senza l’urgenza di fare altro.
Il tempo, allora, aveva un altro ritmo e la televisione non occupava le serate. Si giocava a tombola, a carte, si rideva di cuore. Bastava davvero poco. Gli anziani raccontavano, i più giovani ascoltavano, qualcuno si addormentava vicino al fuoco. E quando le campane iniziavano a suonare, tutto si fermava. Era il segnale che stava per cominciare la messa di mezzanotte.
La notte di Natale
Un momento religioso, certo, ma anche profondamente sociale. Un’occasione per rivedere chi non era seduto a quel tavolo, per scambiarsi uno sguardo, un augurio, una stretta di mano. Le chiese illuminate dai ceri, il freddo della notte, il silenzio rotto solo dai passi e dal suono delle campane, queste sono le immagini che ancora oggi vivono nei racconti di chi c’era.
Ignazio sorride mentre parla di quei rientri notturni, del freddo che pizzicava il viso, delle strade buie percorse insieme. «Sembrava tutto più grande», dice. Forse perché lo era davvero.
Quando il tempo si fermava
E poi c’era il giorno dopo. Natale non finiva mai in fretta. Si mangiava di nuovo insieme, si andava a trovare i parenti, si camminava per il paese salutando tutti. Nessuno aveva urgenza di tornare alla normalità, perché quel tempo sospeso serviva a ricucire e a rimettere insieme i pezzi di un anno intero.
Mentre il flan di latte cuoce lentamente, il profumo riempie la stanza e riporta entrambi a quelle cucine di un tempo. Non c’è nostalgia sterile in questo racconto. C’è piuttosto la consapevolezza di un’eredità fragile, fatta di gesti quotidiani e di relazioni. Un patrimonio immateriale che rischia di perdersi se non viene raccontato, vissuto e magari condiviso.
La misura delle cose
Il Natale di Gesturi, come quello di tanti piccoli paesi della Sardegna, non era perfetto. Era fatto anche di mancanze, di sacrifici, di silenzi e di dolore. Ma aveva una forza che oggi riconosciamo con maggiore chiarezza, la capacità di tenere insieme le persone, di dare valore al tempo, di ricordare che la festa non sta nell’eccesso, ma nella presenza.
Rivivere quei momenti, oggi, significa imparare di nuovo a rallentare. A sedersi attorno a un tavolo senza aspettarsi troppo. A lasciare spazio alle storie, ai ricordi, alle mani che sanno ancora fare.
E mentre Ignazio spegne il fuoco e posa gli utensili, resta una sensazione precisa, quel Natale non è davvero passato. Vive ancora, ogni volta che qualcuno decide di raccontarlo. Ogni volta che un gesto antico viene ripetuto. Ogni volta che, anche solo per un attimo, ci ricordiamo cosa vuol dire sentirsi a casa.
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