I “forever chemicals” che non scompaiono
Sono chiamati “forever chemicals” perché, una volta dispersi nell’ambiente, possono restare lì per decenni o secoli.
I PFAS sono sostanze chimiche utilizzate per la loro resistenza al calore, ai grassi e all’acqua. Oggi sono presenti nel suolo, nelle acque superficiali e sotterranee e nell’aria che respiriamo.
In un Paese come l’Italia, dove il settore agroalimentare rappresenta un patrimonio culturale ed economico, il loro impatto sulla produzione agricola e sulla sicurezza alimentare è un tema che richiede attenzione.
Studi scientifici europei e analisi di organizzazioni ambientaliste, mostrano come i PFAS possano raggiungere campi coltivati, allevamenti e prodotti agricoli attraverso l’acqua di irrigazione, la deposizione atmosferica e la catena alimentare. Nel frattempo, la regolamentazione non è ancora pienamente adeguata a tutelare ecosistemi e consumatori.
Cosa sono i PFAS e perché preoccupano
Le sostanze perfluoroalchiliche, note come PFAS, sono composti chimici sintetici molto stabili e resistenti alla degradazione naturale. Per questo vengono impiegati da decenni in numerosi settori industriali: dai trattamenti antimacchia ai rivestimenti antiaderenti, fino alle schiume antincendio.
È proprio questa persistenza ad aver reso i PFAS una delle principali criticità ambientali a livello globale, anche per i potenziali rischi per la salute.
Un’analisi recente dell’unità investigativa di Greenpeace Italia, basata sui dati ufficiali del Registro europeo PRTR (Pollutant Release and Transfer Register) relativi al periodo 2007-2023, ha rilevato in Italia circa 3.766 tonnellate di emissioni di F-gas contenenti PFAS.
Nello stabilimento è stato prodotto il fluorotensioattivo C6O4, definito dall’azienda un composto di “nuova generazione” e caratterizzato da una minore bioaccumulabilità rispetto ai PFAS tradizionali. Alcuni studi scientifici e movimenti ambientalisti hanno però sollevato dubbi sul suo impatto a lungo termine.
Dai campi alla tavola: come entrano nella filiera
I PFAS possono entrare nella filiera alimentare attraverso materiali a contatto con gli alimenti, acqua di irrigazione, suolo ed emissioni atmosferiche. Una volta dispersi, possono ricadere sul terreno attraverso le precipitazioni e contaminare colture e pascoli.
Studi e report recenti hanno rilevato la presenza di PFAS in diversi alimenti, tra cui pesce, ortaggi, uova, latticini e carni provenienti da animali esposti a queste sostanze attraverso acqua o mangimi contaminati.
Secondo EFSA (2020), alcuni PFAS possono accumularsi nell’organismo e avere effetti avversi sulla salute, in particolare sul sistema immunitario. L’agenzia ha individuato nella riduzione della risposta immunitaria alle vaccinazioni l’effetto più critico.
La contaminazione può avere conseguenze anche sulla produzione agricola. Può infatti limitare l’utilizzo di terreni e acqua per l’irrigazione, richiedere controlli più frequenti e creare incertezze sulla qualità dei prodotti, con possibili ricadute economiche.
Ma cosa comporta tutto questo per i consumatori?
L’esposizione ai PFAS varia a seconda dell’area geografica. Non c’è quindi motivo di creare allarmismi, le filiere agroalimentari italiane restano tra le più controllate e, in assenza di specifiche indicazioni delle autorità, non ci sono ragioni per abbandonare i prodotti locali.
È però importante seguire le indicazioni delle autorità su acqua e ambiente, scegliere prodotti provenienti da filiere controllate e mantenere una dieta varia.
Una normativa ancora in evoluzione
Per quanto riguarda il quadro normativo, in Italia non esiste ancora un divieto generale sulla produzione e sull’uso di tutti i PFAS, anche se negli ultimi anni sono stati introdotti limiti più stringenti e sono aumentati i controlli nelle aree maggiormente esposte.
A livello europeo, invece, l’ECHA (Agenzia europea delle sostanze chimiche) ha presentato nel 2023 una proposta di restrizione per migliaia di PFAS, che potrebbe portare a cambiamenti significativi nei prossimi anni.
Numerosi enti e organizzazioni hanno avanzato proposte per affrontare il problema. ISPRA, per esempio, propone alle industrie di sostituire gradualmente questi composti con sostanze meno persistenti.
Ridurre la contaminazione e proteggere l’ambiente
La riduzione dei PFAS richiede tecnologie di filtrazione, bonifiche, controllo delle emissioni e monitoraggi continui, insieme a investimenti in processi più sicuri. Servono regole chiare, più dati e collaborazione tra imprese, istituzioni e territori per proteggere ambiente e filiere agricole.
La problematica dei PFAS non riguarda solo ambiente e salute pubblica, interessa anche il modo in cui produciamo e consumiamo il cibo. Affrontarla significa tutelare le filiere agricole, la qualità dei prodotti e mantenere la fiducia dei consumatori.






