La prima cosa che si nota arrivando a Vigna Cigliano non sono le viti, ma la pendenza.
Una collina che scende verso il paesaggio flegreo, con una superficie chiara e polverosa che racconta immediatamente quanto possa essere complesso coltivare qui. Basta camminare lungo i filari per capire che ogni intervento è stato pensato in funzione delle caratteristiche del luogo.
La vendemmia 2026 delle Cantine Federiciane, a Vigna Cigliano Solfatara, comincia dunque da una storia che precede di molto il momento in cui le forbici entrano tra i grappoli. Prima dell’uva c’è stato un terreno da recuperare.
Quando la famiglia Palumbo ha acquisito quest’area, circa quindici anni fa, il terreno era completamente incolto, quasi una boscaglia. Per trasformarlo in vigneto non è bastato piantare le viti. Sono serviti permessi, interventi di recupero, studi geologici e soprattutto una soluzione per convivere con la conformazione naturale della collina. Le piante oggi hanno poco più di dieci anni, ma il progetto che le ha portate fin qui è iniziato molto prima.
È questa la parte meno visibile della vendemmia. Quella che non finisce nelle fotografie dei grappoli raccolti e che, tuttavia, determina gran parte di ciò che accadrà dopo in cantina.

La gestione dell’acqua
A Cigliano l’acqua è una risorsa, ma può diventare anche un problema.
La forte pendenza e la particolare consistenza del terreno rendono infatti molto veloce il deflusso delle precipitazioni. Quando piove intensamente, l’acqua tende a scendere verso valle con forza, rischiando di trascinare con sé materiale e compromettere la stabilità dei gradoni. Per questo, durante il recupero dell’area, sono stati ripristinati e realizzati terrazzamenti con una funzione precisa: rallentare il deflusso e favorire l’assorbimento. La soluzione adottata è tutt’altro che casuale. I terrazzamenti hanno una pendenza orientata verso il gradone e non verso valle. In questo modo l’acqua rimane più a lungo, si accumula e viene assorbita progressivamente. Una sorta di irrigazione naturale costruita leggendo la morfologia della collina.
«Quando piove scende un fiume», viene spiegato durante la visita. E il problema, quindi, non è semplicemente far arrivare l’acqua alla vigna, ma evitare che arrivi tutta insieme.
È un dettaglio tecnico che racconta molto del modo in cui è stata concepita Vigna Cigliano. Qui l’agricoltura parte dalla necessità di adattare il lavoro alle condizioni del luogo.
«Qui bisogna ascoltare la terra, rispettarne i tempi e intervenire con attenzione», racconta Luca Palumbo, enologo delle Cantine Federiciane.
Un laboratorio naturale ancora da leggere
Il suolo di Vigna Cigliano non è soltanto particolare da coltivare. È anche interessante da studiare.
L’area è stata oggetto di indagini dell’Università Federico II, reparto di vulcanologia. I ricercatori hanno effettuato saggi a diverse profondità, prelevando campioni dei vari strati per cercare di ricostruire la storia geologica della zona. L’area si trova infatti in prossimità di Monte Nuovo e gli studiosi stanno approfondendo la stratificazione per capire quali materiali si siano depositati nel corso delle diverse fasi dell’attività vulcanica.
È un lavoro lento. Un anno di studi, raccontano, non è stato sufficiente nemmeno per arrivare a metà del percorso.
In un’epoca nella quale il vino viene spesso raccontato attraverso degustazioni, premi e bottiglie, è interessante fermarsi invece davanti a un campione di terreno. Perché una parte dell’identità di un vino, prima ancora di essere percepita nel bicchiere, è nascosta proprio lì.


Il vigneto che non ha cancellato il paesaggio
C’è poi un’altra scelta che caratterizza Vigna Cigliano. Quando l’area è stata recuperata, non tutto ciò che c’era prima è stato eliminato per fare spazio alle viti. Sono rimasti gli ulivi, i fichi, i fichi d’India secolari e la vegetazione spontanea. C’è anche molta rucola selvatica.
Il vigneto è stato inserito all’interno di un ecosistema già esistente. È un approccio che cambia anche la percezione del paesaggio. I filari non occupano ogni spazio e non cancellano ciò che c’era prima. La vite convive con alberi e piante che appartengono alla storia agricola di questo territorio. La biodiversità, in questo caso, non è una parola aggiunta a posteriori per raccontare meglio un progetto agricolo, è una conseguenza delle scelte fatte durante il recupero.
«Abbiamo creato il vigneto all’interno di un ecosistema che già esisteva. La biodiversità abbiamo cercato di tutelarla nella maniera più assoluta», spiegano dalle Cantine Federiciane.
Durante i lavori sono emerse inoltre tracce della precedente vocazione agricola dell’area. La pulizia dei terrazzamenti ha permesso di recuperare una porzione di territorio che aveva già avuto un passato legato alla coltivazione della vite. Il nuovo impianto si inserisce così in una storia che non comincia con l’arrivo delle Cantine Federiciane.

Dieci anni per trovare l’equilibrio
Le viti di Vigna Cigliano hanno poco più di dieci anni.
È un’età che permette di guardare al vigneto non più come a un impianto giovane, ma come a un organismo che ha cominciato a trovare il proprio equilibrio. Durante i primi anni è stato necessario integrare l’acqua. Oggi, invece, le piante hanno raggiunto una maggiore autonomia e, anche durante periodi di forte siccità, non hanno mostrato particolari problemi di sofferenza idrica. È una delle caratteristiche che rendono interessante questo angolo dei Campi Flegrei: un ambiente che può apparire difficile, ma nel quale la vite ha trovato condizioni adatte alla propria crescita.
Poi arriva la vendemmia, quest’anno con circa quindici giorni di anticipo. Un anticipo che avrebbe potuto aumentare i rischi legati al clima, soprattutto in presenza di temporali violenti. La pioggia arrivata nei giorni della raccolta, invece, è stata considerata positiva: non una precipitazione distruttiva, ma un’acqua utile alle piante. La raccolta procede manualmente. Tra i filari ci sono Aglianico, Piedirosso e Marsigliese. I grappoli vengono selezionati e portati verso la cantina. Ma a questo punto il racconto cambia. La parte più difficile, quella che ha richiesto anni, è già stata fatta.

Il vino viene dopo
È forse questo l’aspetto più interessante della vendemmia a Vigna Cigliano; il vino, paradossalmente, arriva per ultimo.
Prima ci sono stati il bosco da recuperare, i terrazzamenti da ripristinare, l’acqua da rallentare, la biodiversità da preservare, le piante da accompagnare nella crescita e un ambiente da studiare.
Antonio Palumbo, direttore commerciale delle Cantine Federiciane, parla di Vigna Cigliano come di una nuova sfida e di un’opportunità. La famiglia, arrivata alla quarta generazione, ha scelto di investire in un’area che presenta difficoltà concrete, puntando alla valorizzazione del patrimonio vitivinicolo dei Campi Flegrei.
È una scelta che si inserisce in un percorso più ampio dell’azienda, nel quale il vino dialoga anche con altri linguaggi. Ne è un esempio Flegreo-Art, progetto dedicato all’incontro tra vino e arte contemporanea, che quest’anno ha portato alla realizzazione delle Magnum dello spumante Flegreo dedicate ai 2500 anni di Napoli, insieme all’artista Annalisa Saggiomo e al laboratorio VetrArte.


Ma qui, tra i terrazzamenti di Cigliano, la comunicazione lascia spazio alla materia. Alle mani, alla lentezza, alla cura necessaria per accompagnare una vigna fino alla vendemmia.
A Vigna Cigliano la raccolta 2026 è appena cominciata. Non sappiamo ancora quale sarà il vino che arriverà in bottiglia, e sarebbe prematuro raccontarlo prima che il processo sia compiuto. Sappiamo però da dove parte.
Parte da una collina recuperata dopo anni di abbandono, da un sistema di terrazzamenti progettato per governare l’acqua, da alberi che sono rimasti dove erano e da una vigna che ha imparato a convivere con loro.
Parte da un lavoro iniziato quando qui c’era un bosco. E forse è proprio questa la storia che vale la pena raccontare oggi: non quella della bottiglia che ancora deve arrivare, ma quella del lavoro che l’ha resa possibile.


Dal vigneto al bicchiere
Per capire cosa arriva davvero nel bicchiere dopo un percorso come questo, la visita può concludersi con due assaggi che permettono di leggere il territorio attraverso espressioni molto diverse.
Il primo è il Flegreo, spumante da Falanghina in purezza, uno Charmat lungo da viti a piede franco. Nel calice si presenta giallo paglierino luminoso, con un perlage vivace. Al naso emergono i profumi varietali della Falanghina, accompagnati da una componente agrumata. In bocca è asciutto e fresco, con una chiusura che richiama ancora la componente fruttata.
Il secondo assaggio porta invece direttamente a Cigliano: Vigna Cigliano Solfatara Campi Flegrei Rosso D.O.P. È ottenuto da Aglianico, Piedirosso e Marsigliese, i tre vitigni presenti nella vigna, con una vinificazione divisa tra acciaio e tonneau. Nel bicchiere è rosso rubino con riflessi violacei; il profilo aromatico richiama amarena, ciliegia e frutti di bosco, con note di pepe nero e una sfumatura vanigliata legata al passaggio in legno.
Benvenuti a Cigliano terra ricca di storia e prodiga di fertilità nonostante il carattere irrequieto del bradisismo.
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