Criscia di Gioia Sannitica (CE) ha ospitato la presentazione del libro “Mirdita Albania Buongiorno Shqipëria: Memorie di guerra partigiana” di Sandrino Luigi Marra.
L’incontro si è svolto la sera dell’8 agosto presso il gazebo dell’Alimentari di Lorenzo Raccio, nel caratteristico borgo sviluppatosi nel XVII secolo intorno alla storica chiesa della Santissima Trinità, inaugurata nel 1685.
Figlio dell’emigrazione italiana degli anni Sessanta, Sandrino Luigi Marra è nato in Gran Bretagna ed è tuttora cittadino britannico. Sessantenne, residente da quindici anni in Emilia-Romagna, è padre di due figli e insegna Demoetnoantropologia all’Università di Parma nei corsi di laurea in Infermieristica del Dipartimento di Medicina e Chirurgia e in Terapia della Neuro Riabilitazione dell’età evolutiva.
Il suo libro prende spunto dall’esperienza dell’emigrazione dei suoi genitori e, più in generale, dalle storie di chi lasciò l’Italia alla ricerca di una vita migliore.
Come nasce Mirdita Albania Buongiorno Shquiperia?
«Mirdita Albania Buongiorno Shqipëria è il risultato di un lavoro durato vent’anni. Tra il 2004 e il 2006 raccolsi le testimonianze di Enrico Raccio e, nel tempo, le ho trasformate in un libro, mettendole su carta ogni volta che trovavo l’ispirazione.
Questo lavoro è dedicato innanzitutto a lui, per la fiducia che mi accordò e per gli ideali che guidarono la sua lotta di Resistenza, la ricerca della libertà, dell’uguaglianza e la volontà di contribuire al riscatto dell’Italia.
La dedica è rivolta anche a quanti non riuscirono a compiere la stessa scelta, si arresero ai tedeschi e furono deportati e ridotti in schiavitù, preferendo questa sorte piuttosto che aderire al nazismo e alla Repubblica Sociale Italiana.
Infine, il mio pensiero va anche a coloro che la storia ha collocato dalla parte sbagliata, credendo in determinati ideali e, nell’ottica di un necessario revisionismo storico, ritengo debbano comunque essere ricordati e collocati nel giusto contesto.»
Insieme a Enrico ci sono stati altri compaesani che si sono distinti?
«Il mio augurio è che l’esperienza di Enrico Raccio, del compaesano Mario Conte di Calvisi, di Giuseppe Crocco di Faicchio e di altri sessanta resistenti della Terra di Lavoro possa diventare un punto di riferimento per comprendere i valori che hanno portato alla nascita della Repubblica e della Costituzione.
Con il loro coraggio contribuirono alla rinascita del Paese senza chiedere nulla in cambio, lasciando che le loro storie personali si perdessero nel tempo. Nel momento più drammatico della storia dell’Italia unita, quando tutto sembrava perduto, seppero difendere l’onore degli italiani e gettare le basi della libertà e della Repubblica.
Sono i veri eroi, persone comuni che hanno scelto di impegnarsi e che meritano di essere ricordate. Erano discendenti dei Sanniti e avevano come ideale comune la libertà. Fu proprio questo valore a guidare la loro scelta nelle decisive ore dell’8 settembre 1943.»
Quali sono stati i fatti che più ha ritenuto opportuno approfondire?
«L’8 settembre 1943 segnò il momento più buio della storia contemporanea dell’Italia. Dopo l’annuncio dell’armistizio, le Forze Armate furono abbandonate al proprio destino, senza ordini né comunicazioni che chiarissero i termini dell’accordo. Da quel momento tutto fu affidato alle decisioni dei singoli uomini e dei loro comandanti.
Alcuni dimostrarono lungimiranza e determinazione, mentre altri, travolti dall’incertezza, non riuscirono a comprendere nell’immediato la portata degli eventi e la brutale reazione dell’ex alleato tedesco. Di conseguenza, l’incertezza si trasformò rapidamente nel disfacimento delle Forze Armate.
Nel giro di poche ore l’esercito cessò di esistere come struttura organizzata. Molti militari furono catturati dai tedeschi, altri cercarono di tornare alle proprie case abbandonando la divisa. Ci fu però anche chi scelse di resistere, unendosi alle forze partigiane dei Paesi occupati. In quelle circostanze comprese che quella era l’unica strada possibile, infatti, continuare a combattere significava tentare di conquistare la libertà, mentre ogni altra scelta avrebbe quasi certamente condotto alla morte.»
Siamo entrati nel vivo del manoscritto, chi era Enrico Raccio?
«Enrico Raccio era un giovane di ventisei anni originario di Criscia di Gioia Sannitica. Richiamato alle armi come conduttore di muli nella sesta batteria di artiglieria da montagna da 75/13 della Divisione Fanteria da Montagna Arezzo, partecipò alla campagna di Grecia, che si trasformò quasi in un disastro, per poi essere inviato a Corizza a presidiare il territorio.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, raccontava di aver pensato a tutto, tranne che la guerra fosse davvero finita. Al termine di una breve riunione con il comandante della batteria, decise insieme ad altri 160 uomini di seguirlo verso le montagne. Qui si unirono alla Brigata “Antonio Gramsci” e, successivamente, alle forze di resistenza dell’Esercito di Liberazione Albanese, con l’obiettivo di continuare a combattere e, se necessario, difendersi fino all’ultima cartuccia.
Nei suoi ricordi non parlava soltanto delle imprese compiute, ma soprattutto della paura, della fatica e della fame. Allo stesso tempo raccontava la speranza di poter tornare a casa e riabbracciare la madre. Era rimasto orfano del padre, caduto durante la Prima guerra mondiale proprio in Albania, a Valona, e quel desiderio di ritorno lo accompagnò per tutto il conflitto.
Rievocava anche le enormi difficoltà affrontate, la durezza dei combattimenti e i rapporti non sempre facili con la popolazione albanese. Tuttavia conservava il profondo orgoglio di aver contribuito al proprio riscatto morale e a quello dell’Italia. Era consapevole che ogni azione contro l’esercito tedesco, ogni colpo di cannone e ogni fucilata, significavano un nemico in meno da affrontare sul territorio italiano e rappresentavano, al tempo stesso, un modo per riscattare agli occhi del mondo l’occupazione dell’Albania.»
Enrico, legò al proprio destino la sua mula Camilla…
«Raccontava con grande affetto di questo animale, che si lasciava guidare soltanto da lui. Fu lo stesso Enrico a convincerla a seguirlo quando stava per essere rimpatriata e abbattuta, perché ritenuta ormai impazzita. Tra loro nacque un rapporto che andava ben oltre quello tra un soldato e il proprio animale, diventando un legame quasi umano.
Del resto, per un uomo cresciuto tra le montagne del Matese, in una terra di pastori e agricoltori, quel rapporto era del tutto naturale. Enrico si sentiva discendente di quel popolo sannita che per quasi novant’anni resistette all’egemonia di Roma, lo stesso che alle Forche Caudine inflisse una delle più celebri sconfitte ai Romani e che combatté fino alla battaglia di Porta Collina, tanto da essere ricordato da Silla con la celebre espressione secondo cui “un buon Sannita era solo un Sannita morto”.
Durante la guerra partigiana condivise ogni esperienza con i suoi compagni e con Camilla, sempre al suo fianco. In seguito a un’azione che gli valse la Croce di Guerra, riuscì a ottenere dal proprio comandante la promessa che, se fossero sopravvissuti al conflitto, gli avrebbe permesso di raggiungere Valona per recuperare i resti del padre, sepolto nel cimitero militare, per riportarli finalmente a casa.»
Il racconto prosegue, soffermandosi sulle promesse che la guerra impedì a Enrico Raccio di mantenere
«Enrico sopravvisse al conflitto, ma non riuscì a riportare a casa né i resti di suo padre né la sua mula Camilla. Il padre non riuscì mai a ritrovarlo, perché il cimitero militare di Valona era stato devastato dai bombardamenti tedeschi. Quanto a Camilla, dovette separarsene sul molo, il giorno dell’imbarco per l’Italia.
Proprio in quel momento arrivò l’ordine di lasciare agli albanesi l’artiglieria, ridotta ormai a soli tre pezzi, insieme ai muli e alle armi automatiche, affinché il nuovo esercito albanese potesse disporre dei mezzi necessari per ricostituirsi.
La delusione, però, non finì lì. Una volta rientrati in Italia, gli uomini della Brigata “Antonio Gramsci” furono accolti con diffidenza e considerati addirittura “pericolosi sovversivi”. Eppure avevano già dimostrato il loro valore anche durante il rientro in patria.
A Brindisi, infatti, gli inglesi che li avevano presi in consegna tentarono di requisire le loro armi personali. Fu in quel momento di grande tensione che un soldato britannico puntò contro Enrico il proprio fucile Enfield.
Lui, senza perdere la calma e continuando a tenerlo sotto tiro con il suo Carcano Mod. 91, gli disse in dialetto: “Cumpà, e mò che vulemm fa?”. Il militare inglese gli urlò qualcosa in inglese, ma Enrico, senza scomporsi e senza alzare la voce, rispose: “Cumpà, nun so’ pella pe’ te… te facciu zumpà ‘a capa. Avascia ‘u fierro e nisciun se fa male”. L’inglese non se lo fece ripetere due volte, abbassò l’arma e lo sguardo e decise che era meglio lasciar perdere.»
Accanto alle sofferenze della guerra, Enrico Raccio conservò gli insegnamenti maturati durante i diciotto mesi trascorsi in Albania
«Quell’esperienza partigiana e la lunga convivenza con il popolo albanese gli lasciarono un’eredità che andava ben oltre i traumi generati dal conflitto. Aveva fatto proprio il valore della libertà e il sogno di un Paese nuovo, fondato sulla pace, sulla ricostruzione e sull’impegno morale e sociale. Era convinto che l’Italia dovesse rinascere e costruire il proprio futuro sulla Repubblica e sulla Costituzione, affinché tragedie come la guerra non si ripetessero mai più.
Quegli ideali lo accompagnarono per tutta la vita, facendone un uomo coerente e profondamente fedele ai propri principi. Enrico Raccio fu uno dei due partigiani originari di Gioia Sannitica. L’altro era Mario Conte, di Calvisi, che combatté nella Divisione Italiana “Garibaldi”, aggregata all’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo. Partecipò alla guerra di liberazione in Montenegro e rientrò in Italia nel maggio del 1945. Nel 2004 il suo paese gli ha dedicato la piazza principale.»
Cosa l’ha spinta a raccogliere e pubblicare le memorie di Enrico Raccio?
«Non so perché Enrico decise di raccontarmi la sua esperienza partigiana. Ne aveva parlato pochissimo, persino con i suoi figli, ma vent’anni fa, per qualche ragione, scelse di aprirsi con me. Nell’arco di due anni mi affidò i suoi ricordi e, allora, promisi a me stesso che un giorno li avrei raccolti in un libro.
Oggi quella promessa è diventata realtà. Con questo lavoro ho voluto rendere omaggio a uno dei 56 partigiani della Terra di Lavoro che scelsero di combattere la Resistenza all’estero. Al loro rientro non cercarono riconoscimenti né rivendicazioni, preferendo guardare al futuro dell’Italia, con i propri ricordi custoditi nel silenzio. Forse, inconsapevolmente, attesero soltanto il momento in cui quelle esperienze potessero essere raccontate.
Il mio auspicio è che quelle memorie continuino a vivere come un patrimonio immateriale, capace di trasmettere alle nuove generazioni i valori dell’amore per la patria, della resilienza, del senso del dovere e dell’onore.»
Cosa manca ancora oggi per rendere pienamente omaggio a Enrico Raccio?
«Credo che il riconoscimento più significativo sarebbe l’intitolazione di una strada nel suo villaggio, nella nostra terra, quella dei Sanniti Pentri. Non tanto per celebrare il combattente o il partigiano, quanto per tramandare i valori che lo portarono a quella scelta come il senso del dovere, il coraggio, la libertà e la responsabilità verso il proprio Paese.
Sarebbe anche un modo per ricordare gli oltre 600.000 Internati Militari Italiani che, dopo la cattura, preferirono affrontare la prigionia e la schiavitù nei campi di lavoro tedeschi piuttosto che aderire al nazismo o alla Repubblica Sociale Italiana e rientrare in Italia. Una testimonianza di coraggio e coerenza che merita di essere custodita e trasmessa alle nuove generazioni.»
Oltre a Mirdita Albania Buongiorno Shqipëria, ha pubblicato altri libri dedicati alla storia e alle tradizioni del territorio?
«Mirdita Albania Buongiorno Shqipëria è il penultimo di una lunga serie di lavori dedicati alla storia, alla memoria e alle tradizioni del territorio. Tra le mie pubblicazioni figurano In nome di Francesco II. Briganti e brigantaggio nel tenimento di Gioia Sannitica (1860-1880), Balcania 1943-1945. Memorie di guerra partigiana e di resistenti di Terra di Lavoro, Interpretare le culture e Magia e stregoneria nella Media Valle del Volturno, una ricerca dedicata a usi, costumi, tradizioni, racconti e fonti legate alla magia popolare delle terre del Medio Volturno.»

Ad accogliere il pubblico sono stati il sindaco di Gioia Sannitica, dott. Alessandro Landolfi, che ha portato i saluti istituzionali, l’Associazione Sorsi di Storia e Maria Annunziata Forgione insieme ad Alfonso Riccitelli, che hanno dialogato con l’autore ripercorrendo le vicende narrate nel volume e il lavoro di ricerca che ne ha accompagnato la realizzazione.
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