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Di Sara Sanna

28 Dicembre 2025

Di Sara Sanna

28 Dicembre 2025

C’è un luogo a Napoli dove il silenzio non è assenza, ma presenza. È un silenzio denso, quasi fisico, che accoglie il visitatore appena varcata la soglia della Cappella dei Bianchi, a ridosso della Basilica di San Severo fuori le mura, nel Rione Sanità. Un silenzio che non isola, ma predispone all’ascolto. È qui che dal 2019 vive Il Figlio Velato di Jago, una delle sculture più potenti e disturbanti dell’arte contemporanea italiana, capace di parlare al presente con il linguaggio antico e radicale del marmo.

Ma ridurre tutto a un’opera, per quanto magistrale, sarebbe limitante. Il Figlio Velato è piuttosto un nodo, il punto di convergenza di molte storie. Quella di un artista che ha scelto di seguire il proprio istinto invece dei percorsi istituzionali, quella di un quartiere che da anni lavora per scrollarsi di dosso un’immagine semplificata e stereotipata, quella di una comunità di giovani che ha trasformato l’accoglienza culturale in un lavoro di responsabilità e in una visione. Qui l’arte non è ornamento, ma presenza viva e responsabile.

La Cappella dei Bianchi: un luogo ritrovato

La Cappella dei Bianchi è parte integrante del complesso della Basilica di San Severo fuori le mura. Edificata nel 1573 per volere dell’arcivescovo Carafa venne rimaneggiata nel 1680 su progetto di Dionisio Lazzari. La Basilica, una delle più importanti del Rione Sanità, presenta un impianto a croce latina con tre cappelle per lato e custodisce opere di grande rilievo tra cui L’Annunciazione di Leandro Carcano, la Madonna del Rosario con i santi Domenicani di Paolo De Matteis e i Santi Pietro e Paolo di Pietro Lambertucci.

All’interno, la Cappella dei Bianchi è uno scrigno barocco di straordinaria ricchezza. Tele di Luca Giordano, Andrea Vaccaro e Francesco Fracanzano, dialogano con dodici dipinti dedicati alle storie di Sant’Antonio, mentre la volta è dominata da quattro grandi tele – L’Eterno Padre, La Vergine col Bambino e Santi, L’Immacolata e San Francesco. Un luogo carico di stratificazioni simboliche e spirituali, che per decenni è rimasto ai margini del racconto cittadino.

La sua rinascita è legata alla visione di don Antonio Loffredo e al lavoro della cooperativa “La Paranza”, protagonisti di un modello di rigenerazione culturale che ha trasformato il Rione Sanità in un laboratorio riconosciuto a livello nazionale e internazionale. Non un’operazione cosmetica, ma un processo lungo, complesso, costruito dal basso, in cui la bellezza diventa strumento concreto di cambiamento.

Il Figlio Velato: un’immagine che non consola

È in questo contesto che arriva Il Figlio Velato. L’opera è scolpita in un unico blocco di pregiato marmo Danby, proveniente dal Vermont, un materiale noto per la sua compattezza e per la sua struttura cristallina che riflette la luce. La scelta non è casuale, Jago lavora la pietra come se fosse carne viva, cercando un equilibrio estremo tra resistenza e fragilità. Il corpo di quello che è presumibilmente un bambino, anche se le proporzioni non corrispondono esattamente a tale figura, è disteso a terra, non su un altare, non sollevato, ma posto all’altezza dello sguardo umano. È una presenza che non si impone dall’alto, ma che chiede prossimità.

Il velo, sottile, aderisce al corpo rivelandone ogni dettaglio. Le pieghe della pelle, il volto, la tensione minima dei muscoli, una mano che emerge appena. È proprio questa mano a diventare uno dei punti focali dell’opera, risultando aperta, inerme, senza difesa. Un gesto che non chiede aiuto, ma testimonia l’impossibilità di difendersi.

Il riferimento al Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino contenuto nella Cappella Sansevero, un museo d’arte nel centro storico di Napoli, vicino a Piazza San Domenico Maggiore è evidente, ma la traslazione iconografica ne cambia radicalmente il senso. Se il Cristo di Sanmartino racconta il sacrificio consapevole di un uomo per la collettività, la figura di Jago parla di una morte senza scelta, senza redenzione, senza consapevolezza. Non è un martire, non è un santo, è un figlio, ed è di tutti.

Jago lo ha ribadito più volte, Il Figlio Velato non è un’opera religiosa, ma profondamente etica. Questo corpo racconta le morti invisibili del nostro tempo. Tutti gli innocenti uccisi dalla guerra, dalla fame, dalle migrazioni forzate, dalla criminalità organizzata. È un’immagine che non consola, non assolve, non promette salvezza. Costringe piuttosto a guardare, a fermarsi e a confrontarsi con una realtà che spesso preferiamo ignorare.

Materia e verità

La genesi del Figlio Velato è essa stessa parte integrante del suo significato. Il progetto nasce nel 2017, prende forma a New York – dove Jago trova il supporto tecnico e la fiducia che in Italia gli erano stati negati – e viene realizzato sotto gli occhi di migliaia di persone grazie ai social network. Giorno dopo giorno, per mesi, la scultura prende vita in diretta, in un processo condiviso. Non come spettacolarizzazione, ma come atto di trasparenza. Il pubblico ha assistito al lavoro, agli errori, alle rotture, alle decisioni. In questo senso, l’opera è il risultato di un gesto corale che ribalta l’idea romantica dell’artista isolato.

Dal punto di vista esecutivo, Il Figlio Velato è un virtuosismo assoluto. Ma la perizia non è mai fine a sé stessa. Jago usa la tecnica per superarla, per renderla invisibile, affinché ciò che resta sia l’esperienza emotiva e fisica dell’opera. Il marmo, materiale tradizionalmente associato all’eternità, qui diventa fragile, vulnerabile, quasi respirante.

Un’opera partecipata, restituita alla collettività

«Questa non è la mia scultura – racconta Jago – è la scultura di tutti quelli che mi hanno seguito». Un’opera di partecipazione totale, che per coerenza non poteva finire in una collezione privata o in un museo tradizionale. Doveva tornare alle persone. E Napoli, con la sua stratificazione di bellezza e ferite, diventa il luogo naturale per questa restituzione.

L’arrivo alla Sanità non è casuale. Dopo un lungo percorso, fatto di incontri, intuizioni e ostacoli non da poco, Jago entra nella Cappella dei Bianchi e viene accolto da ciò che definisce un miracolo: il silenzio. Un silenzio che dialoga con quello del marmo, con la memoria del luogo, con l’idea stessa di arte come esperienza profonda.

Jago: l’istinto come metodo

Classe 1987, originario di Frosinone, Jacopo Cardillo – in arte Jago – rappresenta una figura atipica nel panorama artistico italiano. Dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti senza portarne a termine il percorso, sceglie consapevolmente una formazione autodidatta. Non come rifiuto dello studio ma come presa di distanza da un sistema percepito come limitante. Per Jago, l’apprendimento passa attraverso il fare, l’errore e il confronto diretto con la materia, in una pratica in cui l’esperienza precede la teoria e la conoscenza si costruisce nel gesto.

Questo approccio si riflette in un metodo di lavoro che affonda le radici nella tradizione scultorea, ma dialoga apertamente con il presente. Jago affronta il marmo come una materia viva, scegliendo il blocco come interlocutore e punto di partenza concettuale, secondo un principio michelangiolesco di lavorazione “per sottrazione”.

La tecnologia interviene come strumento di supporto e non di sostituzione. L’artista parte generalmente da un bozzetto o da un modello in gesso, talvolta ottenuto attraverso calchi o rielaborazioni digitali, che funge da matrice formale. Il pantografo consente di trasferire con estrema precisione i punti di riferimento dal modello al blocco di marmo grezzo, definendo le proporzioni e l’impianto volumetrico dell’opera nelle fasi iniziali, riducendo i margini di errore strutturale. Definita la forma essenziale, l’artista prosegue con una lavorazione manuale diretta, affidata a scalpelli, punte e abrasivi, per eliminare il superfluo e liberare progressivamente la figura.

Autonomo e sperimentatore, Jago integra strumenti tradizionali e contemporanei in un processo che resta profondamente fisico ed emotivo, coerente con la sua poetica fondata sull’idea che l’arte sia azione prima che concetto. L’errore, lungi dall’essere un fallimento, diventa una tappa necessaria della conoscenza: «per scolpire qualcosa bisogna prima romperla».

In questa visione si inserisce anche l’uso dei social media, non come semplice vetrina ma come spazio di racconto del processo, convinto che il “dietro le quinte” sia spesso più rivelatore dell’opera finita. Una scelta che gli è valsa l’etichetta di “social artist” rende l’arte un’esperienza viva, capace di tenere insieme rigore tecnico, pratica artigianale e riflessione sull’umano contemporaneo.

Le opere

Questa filosofia attraversa tutta la sua produzione, dove si trova spesso a fare da modello. Un esempio è “La Pietà”, che rilegge il tema del dolore in chiave contemporanea.

Ne “Il Narciso” l’artista ferma l’istante che precede la metamorfosi del mito, raccontando un uomo che si specchia non nell’acqua ma nell'”Altro”, incarnato da una figura femminile che rappresenta la parte più profonda e vulnerabile del Sé.

In “Aiace & Cassandra” evoca la forza femminile, che nonostante la disparità fisica rispetto al suo aggressore, lotta e non si arrende alla violenza.

Con “David“, Jago propone una reinterpretazione contemporanea del celebre mito biblico, scegliendo consapevolmente di raffigurare una figura femminile. In netto contrasto con l’iconografia tradizionale, ispirandosi a Il David di Michelangelo, presenta una donna in postura fiera, armata di fionda e pietra. Questo ribaltamento simbolico trasforma il racconto classico in una metafora attuale del coraggio e della rivalsa di coloro che sono considerati deboli, chiamati a confrontarsi con i giganti della società contemporanea.

Fino a La Venere anziana realizzata nel 2018, rilegge il nudo classico raffigurando la dea della bellezza come una donna matura, segnata dal tempo. Attraverso un linguaggio iperrealista, l’artista rompe i canoni tradizionali di perfezione per affermare una bellezza autentica, fatta di esperienza e imperfezioni. Il corpo diventa così luogo di verità, dove l’età non è negata ma riconosciuta come parte integrante del valore e del significato dell’opera.

Il sassolino di Jago

Presente in tutte le sue opere, in alcuni casi ben visibile poggiato accanto alla figura, in altri celato, o appena percettibile tenuto in una mano, è un simbolo ricorrente e discreto che funziona come firma dell’artista e metafora dell’esistenza. Rappresenta il peso della vita e, allo stesso tempo, la fragilità e la forza dell’anima umana, spesso nascosta nella materia grezza. Attraverso questo piccolo elemento, Jago afferma la possibilità di trasformare ciò che è umile o marginale in significato. E invita a guardare in profondità e a riconoscere la bellezza che si cela anche nel quotidiano e nel dolore.

Il museo diffuso: Sant’Aspreno ai Crociferi

Poco distante alla Cappella dei Bianchi, il progetto Jago Museum si estende alla chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, oggi sede principale del museo. Costruita nel 1633 e ricostruita nel Settecento dopo le devastanti alluvioni delle “lave dei Vergini”, la chiesa era nata come luogo di cura per gli infermi del quartiere, affidata all’ordine dei Crociferi.

Abbandonata per oltre quarant’anni, è stata messa in sicurezza e restituita alla città. Grazie a una convenzione con il Fondo Edifici di Culto e al sostegno di Fondazione CON IL SUD, Fondazione di Comunità San Gennaro e Intesa Sanpaolo.

Oggi Sant’Aspreno ai Crociferi ospita numerose sculture di Jago, in un allestimento in continua evoluzione. Non un museo statico, ma uno spazio vivo, che cambia, si interroga, cresce insieme al quartiere diventando così un luogo di produzione di senso, non solo di conservazione.

La cooperativa La Paranza e i volti dell’accoglienza

Un ruolo centrale in questo progetto è svolto dalla cooperativa La Paranza che gestisce l’accoglienza e i servizi museali. Ragazzi e ragazze giovani, preparati, profondamente legati al territorio, che accompagnano i visitatori non solo tra le opere, ma dentro una storia più ampia. La loro presenza è tutt’altro che accessoria. Essi sono mediatori culturali, narratori, testimoni di un cambiamento possibile.

Uscire dal concetto di “degrado” – parola spesso abusata e semplificatrice – significa anche questo. Il loro lavoro contribuisce a scardinare l’immagine stereotipata del Rione Sanità, Un quartiere che non chiede attenzioni gratuite, ma ascolto e rispetto. Il modello della cooperazione, già sperimentato con successo alle Catacombe di Napoli dalla cooperativa La Paranza, dimostra che la cultura può generare lavoro, dignità e prospettive future e che oggi trova nello Jago Museum un ulteriore tassello.

Un’opera, un luogo, una responsabilità

Visitare Il Figlio Velato oggi significa entrare in una relazione. Con l’opera, con lo spazio, con il quartiere. Significa accettare di essere messi in discussione, di non trovare risposte facili, ma di portare via con sé una domanda aperta.

In un tempo che tende alla velocità e alla distrazione, l’opera di Jago chiede il contrario, lentezza, attenzione, silenzio. E forse è proprio questo il suo gesto più radicale.

Cooperativa La Paranza Link

Jago Link

Sara Sanna

Caporedattore
Sarda, scrive da sempre di enogastronomia, da qualche anno in modo professionale. La passione per questi argomenti è una eredità preziosa della sua famiglia dove le tradizioni culturali si sono radicate in simbiosi col piacere di condividere e di godere della scoperta del buon cibo.
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