Dignità del lavoro, del tempo impiegato per realizzare un oggetto, delle competenze che si costruiscono negli anni e che rischiano di diventare invisibili in un mondo sempre più orientato alla velocità e alla produzione in serie. Dignità è una parola che ritorna quando Sarah racconta i suoi gioielli, quando parla degli altri artigiani ospitati nel suo showroom e persino quando spiega perché ha scelto di acquistare direttamente le loro creazioni anziché proporre il conto vendita.
Forse è proprio da qui che bisogna partire per comprendere Furighedda, la realtà artigianale nata a Quartu Sant’Elena dall’incontro tra oreficeria, sartoria e amore per il lavoro fatto a mano. Perché dietro gli orecchini, le collane e i bracciali che negli anni sono diventati il segno distintivo del marchio, non c’è soltanto una ricerca estetica. C’è una riflessione più ampia sul valore del saper fare e sul ruolo che l’artigianato può avere nel raccontare la Sardegna contemporanea.
Entrando nello Spazio Furighedda, lo sguardo viene catturato dai colori.
Sui tavoli e nelle vetrine trovano posto manufatti diversi per materiali, tecniche e stili, accomunati però da un elemento fondamentale, sono tutti il risultato del lavoro di persone che hanno scelto di affidare alle proprie mani il compito di creare. Accanto ai gioielli realizzati da Sarah e Massimo convivono infatti le opere di circa quaranta artigiani e artigiane provenienti da diverse parti dell’Isola, dando vita a una sorta di piccola comunità del fare che ha trovato casa tra le mura di questo laboratorio.
La storia di Furighedda nasce ufficialmente nel 2016, ma le sue radici affondano molto più indietro nel tempo. Sarah aveva studiato filigrana negli anni Novanta con i maestri Vittorio Melis e Aldo Langione, per poi perfezionarsi alla Scuola Orafa Vicentina. Un percorso che le aveva permesso di acquisire competenze tecniche importanti, anche se la vita professionale l’aveva successivamente portata altrove. Per anni l’oreficeria è rimasta una passione coltivata nel tempo libero, mentre il lavoro principale si svolgeva nel settore commerciale.
Poi arriva un periodo complicato, Massimo perde il lavoro e poco dopo anche Sarah si trova a dover ripensare il proprio futuro professionale. In quella fase emerge un patrimonio che fino a quel momento era rimasto in secondo piano, ovvero le competenze accumulate negli anni.
«Ci siamo ritrovati senza lavoro ma con un sapere nelle mani», racconta.
È da quella consapevolezza che prende forma il primo laboratorio, allestito con un banco orafo sistemato sul balcone di casa. Massimo diventa il primo apprendista, arrivano i mercatini, le fiere, i primi clienti e soprattutto la convinzione che quell’idea possa trasformarsi in qualcosa di più grande.
La svolta arriva quando Sarah decide di mettere in dialogo due mondi apparentemente lontani. Da una parte l’oreficeria, dall’altra la sartoria, disciplina che nel frattempo aveva approfondito frequentando numerosi corsi di formazione. L’intuizione consiste nel sostituire la pietra con il tessuto, trasformando il broccato in protagonista del gioiello.
Nasce così quello che oggi rappresenta l’elemento più riconoscibile di Furighedda, una parola dal suono allegro e leggero, scelta da Sarah e Massimo, “perché termina con un sorriso”.
Osservando da vicino le loro creazioni, si comprende quanto lavoro si nasconda dietro un dettaglio che a prima vista potrebbe sembrare semplice. Tutti gli elementi tessili vengono ritagliati a mano, selezionando uno specifico fiore all’interno del disegno del broccato. La composizione nasce da una scelta precisa e ogni combinazione è il risultato di un processo che richiede tempo, attenzione e notevole esperienza.
Sarah racconta che ogni anno vengono realizzati quasi diecimila cabochon tessili. Diecimila piccoli elementi destinati a diventare collane, spille e orecchini. Un numero che aiuta a comprendere la dimensione del lavoro artigianale, spesso percepito soltanto attraverso il risultato finale e raramente attraverso il processo che lo rende possibile.
Anche la ricerca sui materiali occupa un ruolo centrale. Negli anni Furighedda ha sviluppato rapporti consolidati con aziende produttrici di tessuti, arrivando a commissionare broccati personalizzati realizzati secondo precise indicazioni cromatiche. Alcuni colori oggi identificano il marchio e non sono reperibili sul mercato. Non si tratta soltanto di una scelta estetica, ma di un percorso che testimonia la volontà di costruire relazioni durature con chi produce e di valorizzare filiere capaci di garantire qualità e continuità.
Parlare di tradizione, però, non significa guardare esclusivamente al passato. È un aspetto sul quale Sarah insiste molto durante l’intervista. I suoi gioielli non vogliono essere una riproduzione nostalgica della Sardegna né una rilettura folkloristica dei simboli identitari dell’Isola. L’obiettivo è piuttosto quello di reinterpretare alcuni elementi della cultura materiale sarda attraverso uno sguardo contemporaneo, capace di dialogare con pubblici diversi senza perdere autenticità.
Chi conosce il broccato riconosce immediatamente il legame con la tradizione tessile sarda. Chi lo scopre per la prima volta vede semplicemente un oggetto bello da indossare. In mezzo a questi due sguardi si colloca gran parte della forza narrativa di Furighedda.
Ed è proprio qui che l’artigianato dimostra la sua capacità di raccontare un territorio. Non attraverso slogan o rappresentazioni stereotipate, ma mediante oggetti che custodiscono storie, competenze e identità. Ogni gioiello diventa un piccolo ambasciatore di un sapere che continua a evolversi senza rinnegare le proprie radici.
Questa stessa visione si ritrova anche nello Spazio Furighedda. La scelta di ospitare decine di artigiani e artigiane nasce infatti dalla convinzione che il valore del lavoro manuale debba essere riconosciuto e sostenuto concretamente. Per questo Sarah acquista direttamente le loro creazioni, assumendosi il rischio commerciale e restituendo dignità economica al tempo impiegato per realizzarle.
Anche la sostenibilità, tema spesso affrontato in modo superficiale, assume qui un significato concreto. Non riguarda soltanto i materiali o il packaging riciclabile che Furighedda utilizza per le proprie confezioni, ma coinvolge l’intero approccio al lavoro.
In un’epoca in cui la produzione industriale tende ad appiattire differenze e unicità, luoghi come questo ricordano che esiste ancora un altro modo di creare, vendere e raccontare gli oggetti. Un modo che mette al centro le persone e che continua a trovare nella Sardegna una straordinaria fonte di ispirazione.
Spazio Furighedda nel centro storico quartese continua a vivere soprattutto grazie ai suoi abitanti e alle relazioni di prossimità. Come spiega Sarah, qui non arrivano grandi flussi turistici, entrano persone del quartiere che conoscono chi ha realizzato ciò che stanno acquistando.
È una dimensione rara, e forse proprio per questo preziosa, che negli anni, passo dopo passo, dal banco sul balcone, al garage trasformato in laboratorio (che a quanto pare, porta bene) fino all’attuale spazio espositivo, ha fatto crescere Furighedda. Oggi può contare su una rete di circa cinquanta rivenditori distribuiti in tutta la Sardegna, sempre senza perdere il contatto con la dimensione artigianale.
Quando, al termine dell’intervista, chiedo a Sarah quale messaggio affiderebbe a uno dei suoi gioielli se potesse viaggiare nel mondo, assisto a un momento di grande emozione. Racconta che nella sua vita c’è stato un periodo in cui qualcuno ha cercato di spegnerla, e che Furighedda è stata la sua risposta.
«Se cercano di spegnerti, abbagliali».
Non parla di successo, di crescita o di mercato, parla della capacità di rialzarsi, di trasformare le difficoltà in opportunità e di continuare a credere nel valore di ciò che si sa fare.
Non sorprende che quest’anno il percorso di Furighedda incontri quello dei Sardinia Food Awards, manifestazione che da oltre dieci anni racconta le eccellenze dell’Isola attraverso le storie delle persone e delle imprese che contribuiscono a valorizzarla.
Nell’edizione 2026, in programma il 27 giugno all’Is Molas Resort, uno dei gioielli realizzati da Sarah e Massimo accompagnerà infatti la consegna del Premio Editoriale MEatingNews, riconoscimento dedicato a chi si distingue nella narrazione e nella promozione delle identità territoriali.
Un dettaglio che va oltre il semplice valore simbolico. Da una parte una manifestazione nata per dare visibilità alle eccellenze agroalimentari sarde e ai valori che rappresentano, dall’altra un laboratorio artigianale che attraverso il tessuto, il lavoro manuale e la creatività contemporanea continua a raccontare la Sardegna ben oltre i confini dell’Isola.
Due percorsi diversi che condividono la stessa convinzione, ovvero che il patrimonio più prezioso di un territorio non è soltanto ciò che produce, ma le persone che ogni giorno contribuiscono a custodirlo, reinterpretarlo e farlo conoscere al mondo.
Sarda, scrive da sempre di enogastronomia, da qualche anno in modo professionale. La passione per questi argomenti è una eredità preziosa della sua famiglia dove le tradizioni culturali si sono radicate in simbiosi col piacere di condividere e di godere della scoperta del buon cibo.