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La morte di Carlo Petrini lascia un vuoto enorme, con la sua rivoluzione gentile partita dalla terra

Con lui se ne va una delle figure italiane che più hanno inciso sul modo di guardare il cibo, l’agricoltura e il rapporto tra uomo e ambiente negli ultimi quarant’anni. Ma soprattutto se ne va una voce che, molto prima che questi temi diventassero centrali nel dibattito pubblico, aveva capito che la perdita della biodiversità, delle identità gastronomiche e il dominio dell’industria avrebbero cambiato profondamente, non soltanto ciò che mangiamo, ma anche il nostro modo di vivere.

Carlo Petrini è morto nella serata del 21 maggio nella sua Bra, la città piemontese dove era nato nel 1949 e dove era partito a costruire quella che inizialmente sembrava quasi una provocazione culturale e che invece sarebbe diventata un movimento internazionale. Slow Food viene fondato ufficialmente nel 1986, in un periodo storico nel quale la velocità, il consumo e l’industrializzazione alimentare erano raccontati come simboli di progresso, lui, invece, andava nella direzione opposta.

Antonella Angioni ricorda la visione di Carlo Petrini

È questo uno degli aspetti che emerge con più forza anche nelle parole di Antonella Angioni, presidente della condotta Slow Food di Cagliari, da anni impegnata nella tutela della biodiversità e nella valorizzazione delle produzioni locali in Sardegna.

“Era un visionario”, racconta. “Quaranta anni fa, mentre tutto correva verso il cibo industriale e super processato, lui aveva intuito che la direzione non era quella giusta. Non era nostalgia, né rifiuto della modernità, era la consapevolezza che si stava rompendo qualcosa. Si stavano perdendo sementi, culture contadine, varietà agricole, tradizioni familiari, economie locali. Si stava trasformando il cibo in un prodotto qualsiasi, scollegato dalla terra, dalle persone e dai paesi. Petrini aveva capito che non era soltanto una questione alimentare, ma culturale e sociale”.

La sua capacità di coinvolgere le persone

Secondo Antonella Angioni, Petrini è stato soprattutto capace di comunicare quella visione in modo semplice e diretto, coinvolgendo migliaia di persone nel mondo.

“Probabilmente anche altri avevano compreso questi rischi, ma lui è riuscito a raccontarli nel modo migliore. Ha saputo coinvolgere contadini, allevatori, volontari, giovani. È riuscito a fare capire che salvare una varietà agricola o una ricetta tradizionale non significa guardare al passato, ma proteggere il futuro”.

Ed è forse proprio qui che si trova il cuore del pensiero di Carlo Petrini. Non parlava mai soltanto di cucina, parlava di politiche agricole, di diritti, di ambiente, di economia, di comunità. Parlava di cibo come strumento capace di costruire o distruggere società.

Negli anni aveva denunciato con forza il modello agroindustriale dominante, l’uso intensivo della chimica, la standardizzazione delle colture e la progressiva cancellazione delle differenze territoriali. Nei suoi interventi tornava spesso un concetto preciso: “quando perdiamo biodiversità non perdiamo soltanto specie vegetali o animali, perdiamo cultura, memoria storica e libertà”.

Quando il cibo diventa anche un tema politico

“Il cibo non è semplicemente qualcosa che ingeriamo per nutrirci. Il cibo riguarda la salute, l’ambiente, i rapporti sociali, riguarda persino i conflitti. Lo vediamo oggi nelle guerre che stanno stravolgendo l’ordine mondiale, dove vengono colpite le coltivazioni, gli ulivi, l’acqua, le sementi. Distruggere il cibo significa colpire l’identità e la vita delle persone”.

Per Petrini il cibo era anche convivialità, relazione, memoria familiare, attorno a una tavola si costruiscono ricordi, identità, legami. Ed è qui che emerge uno degli aspetti più interessanti e meno raccontati del suo pensiero, quello legato al ruolo della donna.

Nelle sue riflessioni, infatti, la donna non compare mai come semplice figura domestica. Petrini le attribuisce invece un ruolo centrale nella trasmissione della cultura alimentare. È la donna che custodisce le ricette, i gesti, i sapori, la memoria delle comunità. È la donna che storicamente si prende cura del nutrimento e che mantiene vivo il rapporto tra famiglia, terra e identità.

Il ruolo della donna nella visione di Carlo Petrini

“Lui valorizzava moltissimo la figura femminile. La madre che prepara il cibo non è soltanto qualcuno che cucina. È la persona che trasmette cultura, nutrimento, che si prende cura degli altri, è una figura che custodisce un’eredità, e questo vale in Sardegna come nel resto del mondo”.

Non è un caso che proprio nelle comunità rurali siano spesso le donne a conservare semi, tecniche tradizionali, ricette e pratiche agricole tramandate nel tempo. Un patrimonio fragile che oggi rischia di sparire sotto la pressione di un sistema sempre più veloce e uniforme.

“Stiamo dimenticando i nostri saperi”, osserva Antonella. “Viviamo in una società che ci porta verso i cibi pronti, verso l’omologazione sistematica, Petrini invece ci ricordava continuamente che ogni territorio ha una propria identità e che quella diversità è una ricchezza”.

Difendere i saperi locali e le produzioni dei territori

Questa attenzione verso la biodiversità e verso le produzioni locali si è concretizzata nel tempo attraverso progetti che hanno avuto un impatto enorme nel mondo. Terra Madre, i Presìdi Slow Food, l’Arca del Gusto, gli Orti in Africa e l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo non sono stati semplici contenitori culturali, ma strumenti concreti per creare reti tra produttori, studenti, allevatori, pescatori e comunità locali. Un lavoro che continua ancora oggi grazie alle condotte territoriali e ai volontari.

“Ci sono tanti giovani che si stanno avvicinando a questo mondo”, racconta Antonella. “Probabilmente perché loro si trovano già dentro il problema ambientale. Noi abbiamo vissuto gli anni del consumismo e del benessere senza renderci conto delle conseguenze. I giovani invece devono fare i conti con questa realtà e cercano un modo diverso di produrre e di vivere”.

L’incontro con Carlo Petrini

Nel ricordare Carlo Petrini, la presidente della condotta di Cagliari, riporta anche un episodio personale recente, avvenuto pochi mesi fa.

“Ho avuto modo di incontrarlo durante un evento mentre gli raccontavo della crescita della nostra condotta e della partecipazione di tanti giovani alle attività e mi colpì soprattutto la sua capacità di ascolto. Anche in un contesto pieno di persone, aveva un’attenzione rara, concreta, mai superficiale. In quel momento qualcuno scattò una foto e quella stretta di mano non aveva nulla di formale. Era il modo in cui Petrini sapeva confrontarsi con le persone, cogliendo entusiasmo, dubbi e motivazioni. Da quell’incontro ho ricevuto un incoraggiamento sincero a continuare questo percorso”.

È probabilmente questa predisposizione verso gli altri, ad avere reso Petrini una figura così trasversale. Intellettuale, gastronomo, attivista, ma anche uomo profondamente legato alle persone e ai territori.

Un’eredità che continua

Nel corso della sua vita ha ricevuto riconoscimenti internazionali, lauree honoris causa e premi importanti. È stato inserito dal Time tra gli “eroi del nostro tempo” e il Guardian lo aveva indicato tra le persone che avrebbero potuto salvare il pianeta. Ma il suo lascito più grande resta probabilmente un altro, ovvero, aver insegnato che il cibo non è mai neutro. Dietro ogni scelta alimentare esistono un modello economico, una visione del mondo e un’idea di futuro da sostenere.

Slow Food Link

crediti foto Slow-Food Italia e Antonella Angioni

Sara Sanna

Caporedattore
Sarda, scrive da sempre di enogastronomia, da qualche anno in modo professionale. La passione per questi argomenti è una eredità preziosa della sua famiglia dove le tradizioni culturali si sono radicate in simbiosi col piacere di condividere e di godere della scoperta del buon cibo.
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