In un territorio come Acerra, dove la storia passa prima dalla terra, una pizzeria non può limitarsi a essere un’insegna. Può diventare invece un posto che interpreta e valorizza. Il progetto di Nino Pannella nasce da questa consapevolezza: fare della pizza un linguaggio di oggi. Un linguaggio che racconta l’agricoltura, le persone e le relazioni che tengono in piedi un territorio. Viene così dato forma a un patto agricolo costruito nel tempo. Un patto capace di andare oltre la sala e il forno e di intrecciare il paesaggio umano e agricolo di Acerra.

Un progetto, più linguaggi
La pizzeria di Nino Pannella si articola in più anime: friggitoria, proposta street, pizzeria conviviale e laboratorio degustazione. Non format separati, ma declinazioni diverse di uno stesso pensiero. Cambiano i ritmi, cambiano le modalità di fruizione, ma resta costante l’idea di una pizza accessibile e curata.
L’ambiente riflette questa impostazione. Gli spazi sono luminosi e giovani, cromaticamente vivi, pensati per avvolgere chi entra e metterlo subito a proprio agio. Sedute moderne, materiali caldi, piante e luci studiate con attenzione costruiscono un insieme curato, pensato per far venire voglia di fermarsi, restare, prendersi tempo.
In sala compare anche un robot-cameriere. Viene spontaneo chiedere se la scelta sia legata alla difficoltà di reperire personale, ma Nino sposta subito il piano della risposta: «I vassoi pesano troppo per i camerieri». Una frase semplice che riflette la misura di un’attenzione concreta al lavoro e alle persone, più che a un’idea astratta di innovazione.
Una storia giovane, una struttura familiare
Classe 1994, Nino Pannella appartiene a quella generazione di pizzaioli che ha saputo trasformare il mestiere in progetto. Il suo percorso non nasce da una vocazione scolastica, ma da un’intuizione familiare: è il padre ad aprire la prima pizzeria e ad affiancargli un pizzaiolo esperto. Avvia così un apprendistato fatto di osservazione, pratica e continuità. Ancora oggi, la dimensione familiare rappresenta l’ossatura dell’attività: il padre presente e partecipe. La madre come riferimento costante, la moglie in sala e nella vita quotidiana e il fratello – ingegnere – a supporto delle scelte tecnologiche e organizzative.
In questo intreccio di relazioni si inserisce anche la pizza, che riflette una doppia memoria: una base saldamente napoletana, affiancata da una sensibilità diversa per struttura e croccantezza. Questa si lega alle origini romane materne. Da qui l’attenzione alla teglia, alla pala e al padellino, che convivono con naturalezza accanto alla napoletana classica e contemporanea. Il menu si muove così tra stili diversi, mantenendo sempre una lettura chiara.
Il patto agricolo
Il patto agricolo, in questo progetto, non è uno slogan né un richiamo teorico. È un accordo implicito e quotidiano tra chi cucina e chi coltiva, fatto di scelte concrete e continuità nel tempo. Significa partire dall’agricoltura come origine del menu, non come semplice cornice narrativa.
La pizza diventa così una vetrina reale per piccoli produttori, ortaggi stagionali, varietà locali che senza una cucina attenta rischierebbero di restare invisibili. Non si tratta di inseguire l’eccezionalità, ma di accettare la stagionalità, i limiti e le variazioni come parte integrante del lavoro.
Acerra è una terra agricola antica, una piana fertile tra Vesuvio e mare che ha costruito la propria identità sul lavoro dei campi. In questo contesto, il patto agricolo si traduce in una relazione reciproca. Da un lato, chi produce con continuità nel tempo. Dall’altro, una pizzeria che sceglie, acquista, mette in carta e dà spazio a quei prodotti con costanza e attenzione. È così che il legame con il territorio diventa pratica quotidiana, non dichiarazione d’intenti.


Tecnica, impasti e menu
La cucina è a vista, il laboratorio è in continuità con la sala. La tecnica si esprime attraverso una pluralità di impasti e stili che convivono senza gerarchie. Si va dalla pizza napoletana classica, morbida ed essenziale, alla napoletana contemporanea, più idratata e strutturata. Fino alle proposte in teglia, alla pala e al padellino, pensate per lavorare su consistenze diverse e favorire la condivisione.
Su queste basi si innestano topping che seguono una logica agricola prima ancora che creativa. Gli ingredienti cambiano con le stagioni e si esprimono attraverso ortaggi, legumi e varietà locali. Ne sono esempio le pizze dedicate ad Acerra, come la pala alla romana con chips di torzella, fiordilatte e ristretto di papaccella, o la pizza fritta street con scarola a crudo. Quest’ultima include crema di Fagiolo Dente di Morto Presidio Slow Food e salsa al mandarino.



Tra le proposte stagionali più rappresentative c’è quella dedicata alla Mammarella di Acerra, carciofo simbolo del territorio. È composta da fior di latte, carciofi ripassati ed emulsione di olio extravergine d’oliva, limone, aglio e mentuccia. Un topping che dà forma al senso del patto agricolo in modo concreto, legando impasto, prodotto e stagionalità.
I fritti non funzionano come semplice anticamera della pizza, ma come un momento autonomo del menu. Sono introduttivi quando serve, capaci di reggere la scena anche da soli.


Significativa, infine, l’attenzione al senza glutine. Non è una proposta accessoria, ma un impasto studiato con altrettanta cura e condimenti all’altezza del resto della carta. C’è un riscontro positivo anche sul piano del gusto. Questa è una conferma ulteriore di una cura che attraversa l’intero progetto.
Da Nino Pannella Link












