Un progetto che valorizza l’impresa, non solo il prodotto
I Sardinia Food Awards e gli Italy Food Awards sono riconoscimenti nati con l’obiettivo di valorizzare le aziende agroalimentari non solo per la qualità dei loro prodotti, ma per l’intero sistema di valori che rappresentano. Ideati dal giornalista Donato Ala Giordano, i Food Awards premiano l’impresa nel suo complesso valutandone identità, sostenibilità, packaging, comunicazione e visione strategica.
Non si tratta di un “concorso” basato su classifiche, ma di un percorso meritocratico e trasparente, costruito su degustazioni alla cieca e su una giuria indipendente. In oltre dieci anni di attività, il progetto ha coinvolto centinaia di realtà produttive, contribuendo in modo concreto alla loro crescita commerciale e al posizionamento sui mercati nazionali e internazionali.
Il “bollino” Food Awards è oggi uno strumento riconosciuto nel retail e nell’Ho.Re.Ca., utilizzato dalle aziende come leva di credibilità e sviluppo. Attorno all’evento si è costruita una rete fatta di partner, operatori del settore e produttori che condividono una visione comune: raccontare l’agroalimentare come espressione culturale, economica e identitaria dei territori.
È in questo contesto, in occasione dell’apertura delle iscrizioni per la prossima edizione dei Sardinia Food Awards, che si inserisce la nuova puntata di Dimmi un PO’d CAST, con Donato e Matteo Ala Giordano, per riflettere sul presente e sul futuro dell’eccellenza sarda.
Il valore come sistema, non come etichetta
Nell’undicesima edizione dei Sardinia Food Awards, che si terrà il 27 giugno presso l’esclusivo Is Molas Resort, la nuova puntata di Dimmi un PO’d CAST sceglie di andare oltre la celebrazione. Al centro del confronto con Donato e Matteo Ala Giordano non c’è il bilancio di un progetto che ha segnato gli ultimi dieci anni dell’agroalimentare isolano, ma una domanda più scomoda e necessaria: “cosa significa oggi produrre eccellenza in Sardegna?”
L’isola continua a esprimere qualità, identità, occupazione. Ma lo fa in un contesto profondamente mutato, fatto di crisi climatica, aumento dei costi energetici e logistici, pressione della grande distribuzione, concorrenza internazionale sempre più aggressiva. In questo scenario, la parola “eccellenza” rischia di diventare uno slogan se non viene ancorata a criteri chiari, a scelte precise e – soprattutto – a una responsabilità condivisa tra chi produce, chi racconta e chi acquista.

Dal “premio” al riconoscimento, un cambio di prospettiva
Uno dei passaggi più interessanti dell’intervista riguarda la distinzione, fortemente voluta da Donato Ala Giordano, tra premio e riconoscimento. Una differenza tutt’altro che formale.
Il riconoscimento, spiega, nasce da un processo strutturato, che non genera una semplice etichetta da esibire, ma un vero e proprio attestato che certifica un percorso aziendale. In dieci anni, questo approccio ha prodotto un effetto concreto, infatti molte aziende premiate hanno consolidato la propria presenza sul mercato nazionale e internazionale, utilizzando il “bollino” come leva di posizionamento e credibilità.
Non si tratta, dunque, di un’operazione d’immagine. Il valore si misura nella capacità di tradurre il riconoscimento in crescita reale grazie all’apertura di nuovi canali commerciali, l’ottenimento di maggiore visibilità e un attenzionamento efficace dei mercati esteri, ma soprattutto, in un cambio generazionale sempre più evidente.
Nuove generazioni, nuove responsabilità
Sul palco dei Food Awards oggi salgono imprenditori trentenni che ereditano aziende familiari con due o tre generazioni alle spalle che non raccolgono solo un marchio o un sapere tecnico, raccolgono una storia. E la devono traghettare in un sistema globale che cambia con una rapidità mai vista prima.
Per Matteo Ala Giordano, la sfida non è solo produttiva ma culturale. L’agroalimentare italiano – e quello sardo in particolare – non può più permettersi di ragionare con gli strumenti di venti anni fa. Cambiamento climatico, digitalizzazione, trasformazioni dei mercati, tutto impone una capacità di adattamento continua. La chiave, però, resta la consapevolezza identitaria, senza quella, l’innovazione diventa solo rincorsa.
Filiera corta: condizione ideale, limite o nuova nicchia?
La puntata affronta poi un tema centrale nel dibattito contemporaneo: la filiera corta. È ancora un punto di forza o sta diventando una vulnerabilità?
Le risposte non sono ideologiche. Matteo evidenzia i nodi strutturali, ovvero logistica e commercializzazione. Un produttore può essere eccellente nel suo mestiere, ma non è detto che possieda competenze per gestire distribuzione e comunicazione in autonomia e senza integrazioni strategiche, la filiera corta rischia di fermarsi.
Donato, con maggiore pragmatismo, osserva come già accaduto per il biologico: quando i conti non tornano, gli ideali arretrano. Senza un sostegno concreto da parte delle istituzioni, la filiera corta potrebbe trasformarsi in una scelta di nicchia, sostenibile solo per chi può permettersela.
Resta però un dato incontestabile, maggiore controllo significa maggiore qualità e maggiore consapevolezza di ciò che si consuma. La sostenibilità, più che uno slogan, diventa una necessità sanitaria e sociale.



Comunicare senza snaturare è la sfida di “Bottega per Comunicare“
Nel dialogo emerge anche il progetto di Matteo, Bottega per Comunicare, realtà interna al gruppo Food the World. Un nome volutamente artigianale per ribadire il principio che la comunicazione non può essere un pacchetto standard.
Molte aziende agroalimentari, racconta Matteo, si muovono tra diffidenza e difficoltà. O non hanno mai investito in comunicazione, oppure hanno vissuto esperienze negative con agenzie incapaci di comprendere il valore del prodotto. Oggi, però, packaging, contenuti digitali, posizionamento web e storytelling non sono accessori bensì sono strumenti strutturali del business.
La vera sfida è raccontare senza alterare. Tradurre il sacrificio quotidiano in un linguaggio contemporaneo, senza tradirne l’autenticità. Qui la fiducia diventa decisiva e il produttore deve sentirsi compreso prima ancora che promosso.
Mercosur e il nodo politico
La conversazione si apre anche al tema dell’accordo Mercosur, che prevede l’ingresso agevolato nel mercato europeo di prodotti agroalimentari sudamericani. Donato esprime una posizione netta: apertura sì per settori industriali, ma non per l’agroalimentare di qualità.
Il rischio, sottolineano, è quello di comprimere ulteriormente i margini di produttori già gravati da costi elevati. Per Matteo, la questione è anche culturale perché senza un lavoro profondo sulla percezione del valore, il consumatore sceglierà sempre il prezzo più basso.
La risposta, allora, non può essere solo normativa. Deve essere narrativa andando a mostrare il lavoro dietro un prodotto, le difficoltà superate, la resilienza di un’azienda familiare dopo un’alluvione o una crisi produttiva. Solo così il prezzo diventa comprensibile, e quindi accettabile.
“Fare sistema” rappresenta la vera urgenza
In chiusura, la riflessione si concentra sulla sfida più urgente per il mondo agroalimentare sardo, quella di superare frammentazioni e individualismi, consapevoli del fatto che la nostra isola soffre storicamente di una difficoltà a fare rete. Eppure, durante il gala dei Sardinia Food Awards, oltre quattrocento aziende si incontrano, dialogano, scoprono affinità produttive a pochi chilometri di distanza.
Fare sistema non significa annullare le differenze, ma riconoscere complementarità. Sponsor e partner che sostengono aziende concorrenti, produttori che collaborano su eventi e mercati, rappresentano dei segnali di un possibile cambio di paradigma.
Il messaggio finale è duplice. Ai produttori consigliano di sfruttare ogni riconoscimento come leva strategica, non come oggetto da archivio. Ai consumatori di scegliete con responsabilità, consapevoli che dietro un prezzo più alto può esserci un’economia territoriale che resiste.
La nuova puntata di Dimmi un PO’d CAST non offre risposte semplici, ma mette sul tavolo una consapevolezza chiara. Difendere il valore della Sardegna oggi, significa coniugare qualità produttiva, onestà comunicativa e coraggio collettivo. E finalmente smentire chi dice che in Sardegna l’imprenditoria agricola e non, sia caratterizzata dal detto “Centu concas, centu berrittas” letteralmente, Cento teste cento cappelli, che sottolinea la diversità, la soggettività e l’impossibilità di trovare un pensiero unico in un gruppo, che non riesce a prendere mai una via comune.
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