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Di Iolanda Maria Irene Minasola

2 Marzo 2026

Di Iolanda Maria Irene Minasola

2 Marzo 2026

Trentuno anni in acciaio sulle fecce fini: il progetto visionario di Roberto Di Meo e un Fiano che mette in crisi la memoria sensoriale.

Il tempo come progetto

L’Azienda Agricola Di Meo, tra Salza Irpina e Parolise, nel cuore collinare della provincia di Avellino, affonda le radici in una tradizione familiare che dagli anni Ottanta ha scelto di firmare con il proprio nome i grandi vitigni del territorio: Fiano, Greco, Aglianico. È un contesto vocato, storicamente riconosciuto per la longevità dei suoi bianchi, ma è soprattutto negli anni Novanta che prende forma un’idea diversa, non limitarsi a produrre vini capaci di evolvere, bensì mettere il tempo al centro del processo produttivo.

A Roberto Di Meo va riconosciuto il merito di aver guardato lontano, quando la narrativa dominante sui bianchi campani era concentrata sull’immediatezza e sulla freschezza. Visionario nel senso più concreto del termine, andando a sottrarre bottiglie al mercato e lasciarle evolvere per anni, senza sapere se e quando sarebbero state pronte.

La Linea Tempo

Da questa impostazione nasce la Linea Tempo, una serie di etichette pensate per verificare le reali potenzialità di affinamento dei vitigni irpini, in particolare del Fiano. 

Il 1993 rappresenta l’espressione più radicale di questo progetto, Fiano in purezza, rimasto in acciaio per trentuno anni a contatto con le fecce fini. Nessun passaggio in legno, nessuna scorciatoia aromatica. Solo gestione attenta dell’ossigeno, controllo rigoroso delle condizioni di conservazione e una fiducia assoluta nell’acidità originaria del vitigno, vera colonna portante della sua tenuta nel tempo. L’autolisi lenta delle fecce contribuisce a costruire complessità e struttura interna, evitando derive ossidative e conservando tensione. 

Il 1993 esce fuori da ogni denominazione, perché un vino che attraversa trentuno anni di cantina non nasce per rientrare in un disciplinare, ma per verificare un’idea. Qui la classificazione diventa irrilevante rispetto al progetto.

L’etichetta: memoria e frammentazione

Anche la bottiglia racconta questo rapporto con il tempo e con la storia familiare. L’etichetta riprende il ritratto ottocentesco di un’antenata della famiglia, custodito in una delle sale principali dell’azienda. L’artista Gianluca Abbate ne ha rielaborato l’iconografia classica attraverso una tecnica di collage che frammenta l’immagine senza renderla irriconoscibile. I frammenti si espandono e si intrecciano, suggerendo una ricomposizione che si costruisce con il passare degli anni. Il fondo oro rimanda alla preziosità del vino e al valore intrinseco che il tempo assume per ciascuno di noi.

Degustare l’eccezione, il confronto come punto di partenza

Solitamente degustiamo per confronto. Ogni aroma che riconosciamo è il risultato di esperienze accumulate. Se si sono incontrati molti Fiano giovani, si sa dove collocarli; se si sono assaggiate versioni evolute, si possiede un altro archivio. Ma un Fiano rimasto trentuno anni in acciaio, sulle fecce fini, senza l’intermediazione del legno, non trova facilmente una categoria pronta. Non perché manchino i descrittori, ma perché manca il precedente.

Un naso fuori dagli schemi

Al naso non emergono i profumi consueti associati al Fiano. La prima sensazione è diversa: una vibrazione sottile, quasi luminosa, immersa in qualcosa di antico. Una nota cerosa, asciutta, che ricorda carta spessa conservata a lungo; una sfumatura cipriata, elegante, non dolce. Una complessità che non rimanda direttamente a un altro vino assaggiato in precedenza.

Un rimando inatteso

Il riferimento può spingersi altrove, persino nel mondo dei profumi. La prima olfazione mi rimanda a Chanel N°5, con la sua costruzione aldeidica (molecole che non riproducono un fiore ma ne astraggono l’idea) diafana e concettuale. Anche il 1993 restituisce qualcosa di simile: non la replica riconoscibile di un Fiano, ma la sua idea evoluta, rarefatta.

La complessità della maturità controllata

Si possono individuare riferimenti tecnici, frutta disidratata, accenni terrosi, una traccia di liquirizia, una mineralità netta, ma nessuno esaurisce il quadro. La complessità costruita in trentuno anni di permanenza in acciaio non si traduce in ossidazione stanca, ma in una singolare maturità controllata.

La sorpresa dell’assaggio

In bocca il vino sorprende per la sua vitalità. Non è largo né opulento. È verticale, teso, sostenuto da un’acidità perfettamente integra. Il finale torna  su una scia salina, asciutta, quasi austera.

La memoria olfattiva arriva fin dove arriva l’esperienza. E quando l’esperienza non offre precedenti, resta l’onestà di riconoscere una meravigliosa eccezione.

Azienda Agricola Di Meo Link

Iolanda Maria Irene Minasola

Sono stata sommelier professionista per oltre un decennio, lavorando nell’alta ristorazione e in importanti strutture ricettive. Ho vissuto tra tavole e cantine, affinando sguardo, palato e ascolto — un’esperienza che oggi si è trasformata in racconto. Scrivo di enogastronomia, accoglienza e cultura del gusto, cercando storie che sappiano parlare di persone e territori. Credo nell’ironia come forma di resistenza e nella bellezza come fatto politico.
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