C’è una domanda che prima o poi il mondo agroalimentare italiano dovrebbe avere il coraggio di porsi: “quanti dei bollini che vediamo sulle confezioni rappresentano davvero una selezione?“
Negli ultimi anni sono proliferati premi, concorsi, medaglie, attestati, classifiche e riconoscimenti. Basta osservare gli scaffali o navigare sui social per rendersene conto, anche se tutto è legittimo o quasi ovviamente.
Ma esiste una differenza enorme tra vendere un bollino e costruire un riconoscimento credibile, e quella differenza si chiama selezione.
Capiamo subito che Food Awards non è un concorso a premi. È un progetto di promozione e valorizzazione delle aziende e dei territori agroalimentari italiani, sviluppato negli anni in 16 regioni e successivamente confluito anche nel progetto nazionale Italy Food Awards.
In undici anni sono state oltre 3.000 le aziende riconosciute. Un numero importante, ma ce n’è un altro che conta forse ancora di più, infatti, mediamente viene selezionato circa un terzo delle aziende partecipanti. Su cento aziende che si iscrivono, indicativamente trenta arrivano al riconoscimento, le altre no.
Ed è proprio quel “no” che dà valore ai “sì”. Food Awards è un progetto non finalizzato a produrre profitto attraverso l’assegnazione dei riconoscimenti. La sostenibilità economica del progetto è stata costruita soprattutto attraverso sponsor e partner importanti che negli anni hanno creduto nella possibilità di valorizzare il patrimonio agroalimentare italiano.
La credibilità nasce anche dall’assenza di un interesse economico direttamente proporzionale al numero dei vincitori.
La valutazione parte dai prodotti
Abbiamo quindi sottoposto Donato Ala Giordano, ideatore e organizzatore dei Food Awards a una serie di domande approfondite per cercare di capire al meglio la struttura intorno alla quale si sviluppa il suo progetto e le sue risposte non lasciano spazio a fraintendimenti.
Come si può premiare un’azienda alimentare senza assaggiare ciò che produce?
«Questa è probabilmente la domanda che mi pongo più spesso osservando alcuni meccanismi presenti sul mercato. Un’azienda agroalimentare vive innanzitutto dei propri prodotti. Allora come possiamo attribuirle un riconoscimento serio senza assaggiarli?
Noi non premiamo il singolo prodotto, bensì valutiamo l’azienda. Ma l’80% della nostra valutazione deriva proprio dai suoi prodotti. Il restante 20% viene suddiviso tra sostenibilità complessiva dell’azienda, per il 10%, e packaging, comunicazione e presentazione sul mercato, per un altro 10%. I prodotti vengono quindi sottoposti a giurie competenti.»
La qualità deve essere quella di mercato?
«Esattamente! A campione chiediamo ai nostri giudici, sia nelle selezioni regionali, sia negli Italy Food Awards, di andare direttamente nella GDO, nei mercati o nei negozi specializzati e reperire autonomamente i prodotti di alcune aziende partecipanti.
Perché? Perché vogliamo assaggiare anche quello che compra il consumatore. Un’azienda sa che deve mandare dei prodotti a una giuria, è naturale che possa scegliere con particolare attenzione ciò che spedisce.
Noi vogliamo verificare che la qualità valutata sia anche quella realmente disponibile sul mercato. È sicuramente un controllo in più, costa tempo e complica il lavoro ma va sicuramente ad aumentare la nostra credibilità, che per noi vale molto più di qualche iscrizione extra.»

Come funzionano le giurie?
«Un altro principio per noi irrinunciabile è che la giuria debba essere assolutamente libera.
Chi giudica non deve avere un interesse economico nell’assegnazione del riconoscimento, e soprattutto deve poter dire no, anche ad un’azienda conosciuta.
E questo vale anche per chi è stato premiato nelle edizioni precedenti. Abbiamo aziende che ci seguono da molto tempo e continuano a essere riconosciute perché continuano a mantenere standard elevati.»
Oltre il premio, vi distinguete per il valore che date degli incontri.
«Altro elemento fondamentale che distingue i Food Awards da tutti gli altri premi è rappresentato dagli eventi, durante i quali, si invitano le aziende selezionate, a incontrarsi realmente. E in queste occasioni, si riuniscono imprenditori, produttori, giornalisti, buyer, operatori della GDO, della ristorazione, istituzioni e partner.
Un riconoscimento non può essere soltanto un PDF che arriva nella casella di posta elettronica. I Food Awards non hanno call center per vendere premi, hanno fatto anche un’altra scelta.
Niente meccanismi nei quali il riconoscimento diventa l’esca per vendere, infatti, quando il premio diventa un prodotto commerciale, il confine tra merito e cliente rischia di diventare molto sottile.»
I rappresentanti delle aziende premiate hanno dichiarato che la loro attività è diventata più riconoscibile grazie ai Food Awards.
«Certo, la nostra intenzione è quella di non limitarci a riconoscere le realtà migliori, vogliamo aiutarle a crescere insieme.
Per questo motivo, stiamo sviluppando diversi progetti, finalizzati ad accompagnare le aziende selezionate, anche nella commercializzazione dei loro prodotti, creando occasioni concrete di incontro con buyer, Grande Distribuzione Organizzata, Horeca, ristorazione e nuovi canali distributivi, prima in Italia e progressivamente anche sui mercati internazionali.
Per molte piccole e medie aziende italiane, infatti, il problema non è la qualità dei loro prodotti, che spesso sono straordinari, la difficoltà è invece, riuscire a farli conoscere, distribuirli e portarli sul mercato giusto.
Ed è qui che immaginiamo il futuro dei Food Awards, non soltanto un riconoscimento che certifica un percorso di qualità, ma una piattaforma capace di mettere in relazione qualità, territorio, comunicazione e mercato.»

Perché servono premi credibili?
«Perché il nostro obiettivo finale non è avere più aziende che espongono un bollino. È avere più aziende di qualità che, anche grazie alla credibilità di quel bollino, riescano a crescere, trovare nuovi clienti e raggiungere nuovi mercati.
Non servono più premi, servono premi credibili. L’Italia non ha bisogno di altri mille bollini, ne abbiamo già abbastanza.
Ha bisogno di strumenti che aiutino veramente a distinguere quelle migliaia di piccoli e medi produttori che ogni giorno realizzano prodotti straordinari e che spesso non dispongono della forza economica e commerciale dei grandi marchi. E un riconoscimento come il nostro, che racchiude e attesta il loro valore, può indubbiamente aiutarli.»
I Food Awards hanno quindi una grande responsabilità.
«Dopo undici anni, 16 regioni e oltre 3.000 aziende riconosciute, penso che questa sia la responsabilità più importante dei Food Awards. Non premiare un numero sempre maggiore di aziende, ma attribuire un riconoscimento prezioso e valutato in modo scrupoloso a quelle che realmente lo meritano.
Perché si può inventare il bollino più bello del mondo, stampare un attestato meraviglioso e organizzare la migliore campagna di comunicazione possibile, ma alla fine rimane una domanda alla quale chiunque assegni un premio dovrebbe essere disposto a rispondere: Se questa azienda non merita di vincere, siete davvero disposti a non premiarla?»
La giusta conclusione
Probabilmente è proprio questa la risposta alla domanda da cui siamo partiti. In un panorama sempre più ricco di premi e riconoscimenti, ciò che distingue davvero un bollino da un altro non è la sua grafica o la sua notorietà, ma la credibilità del percorso che porta ad assegnarlo.






