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Di Sara Sanna

24 Gennaio 2026

Di Sara Sanna

24 Gennaio 2026

Ci sono archivi che non hanno mai avuto una stanza, volumi mai riposti in uno scaffale, documenti senza un indice o una segnatura. Manoscritti rimasti per decenni nei cassetti delle vecchie credenze. Quaderni stropicciati, macchiati d’olio, tracciati con grafie incerte, pieni di “quanto basta” e di aggiunte fatte a matita. È da lì che parte il lavoro di Mila Fumini, storica, ricercatrice, studiosa e ideatrice del progetto RAGÙ – Reti e Archivi del Gusto.

Il suo sguardo non cerca la grande cucina, né l’autorialità riconosciuta. Cerca piuttosto ciò che è rimasto ai margini, ovvero le preparazioni quotidiane, quelle domestiche, prerogative indiscusse del genere femminile. Il focolare visto, non come luogo folklorico o nostalgico, ma come spazio storico denso, capace di raccontare la vita delle persone, le relazioni familiari, l’economia domestica, la cura del corpo e della comunità.

«È come guardare dentro una stanza dal buco della serratura», afferma Mila. E in quell’immagine c’è tutto il senso del suo lavoro.

Formazione e metodo con uno sguardo non convenzionale

Mila Fumini si è formata tra Bologna, Trento, Torino e Roma, con una laurea in Ermeneutica filosofica e una specializzazione in storia religiosa e storia moderna. È oggi ricercatrice con un forte orientamento alla Public e Digital History, e da anni lavora sugli ego-documents femminili, quindi diari, quaderni, scritture private, prodotte da donne spesso, poco o per nulla alfabetizzate.

Sono fonti che la storiografia ha a lungo considerato “minori”, quando non addirittura irrilevanti. Eppure, per Mila, sono proprio queste scritture a restituire il corpo vivo della storia.

Il suo interesse per questi materiali nasce presto, grazie a un’ispirazione avuta durante gli anni dell’università, merito di Paolo Prodi, Professore di Storia moderna all’Università di Bologna che le trasmette l’attenzione per le cosiddette “fonti povere”. Un insegnamento che si traduce in un metodo preciso che la porta a guardare dove gli altri non guardano e a leggere ciò che non è stato scritto per essere letto.

L’epifania dei quaderni

Per sostenere il suo esame c’erano due opzioni, o si studiava per intero il progetto che Prodi proponeva durante le lezioni, oppure si poteva andare in archivio e fare una ricerca inerente al tema trattato. La scelta di Mila ricade sull’esperienza pratica, ed è quello uno dei momenti fondanti del suo percorso, precisamente all’Archiginnasio di Bologna, davanti a un quaderno del 1587. È il manoscritto di una giovane sarta che, per raccontare le proprie visioni mistiche al sacerdote, in cambio dell’assoluzione di tutti i peccati, su sua richiesta, dovette prima imparare a scrivere, così da documentare l’accaduto. Nelle prime pagine ci sono solo aste, lettere ripetute, esercizi incerti. Poi, lentamente, il racconto prende forma.

Quel quaderno non parla solo di religione. Parla di una donna che usa la scrittura come spazio di esistenza. È lì che Mila comprende quanto quelle fragili carte possano essere potenti.

Anni dopo, il ritrovamento quasi casuale di alcuni ricettari di famiglia, dimenticati in una cantina, riapre quella stessa intuizione. Quaderni del Novecento, scritti da mani diverse, pieni di aggiunte, correzioni, segni del tempo. Nessuno li aveva mai studiati davvero, né mai raccolti in modo sistematico. La domanda diventa inevitabile: perché?

Ricette come archivi di vita

I ricettari domestici non erano solo libri di cucina. Erano spesso l’unico bene personale di una donna. In quelle pagine si annotava davvero di tutto: cibi preparati, rimedi, tisane, pomate, detersivi fatti in casa, punti a maglia, trucchi per lucidare i metalli o allontanare gli insetti.

In epoche in cui la carta era preziosa, il quaderno diventava uno zibaldone della vita quotidiana. Un luogo dove il sapere pratico si accumulava e si trasmetteva. Una conoscenza che non passava dalle accademie, ma dalle cucine, dalle relazioni e dall’esperienza condivisa.

Mila osserva come questi quaderni permettano di ricostruire interi sistemi sociali. La disponibilità degli ingredienti, le coltivazioni, la presenza degli animali nelle aie, e poi negli anni, la diffusione della grande distribuzione, l’ingresso dei marchi commerciali nelle case. Nei ricettari degli anni Cinquanta il cibo è estremamente locale; dagli anni Sessanta in poi compaiono i prodotti industriali, lo scatolame, i nomi che ancora oggi si trovano sugli scaffali dei supermercati.

Anche l’assenza parla e così, dove non c’è pesce si consumano i legumi, dove non c’è selvaggina diventano protagoniste le verdure e le erbe spontanee, dove la farina scarseggia si usa il pane grattugiato per fare i dolci. È una storia dell’Italia, raccontata dal basso, che si ingegna e che cresce con i mezzi a disposizione, senza retorica ne abbellimenti.

Genere, potere, cucina

Uno dei nodi centrali del lavoro di Mila Fumini riguarda la storia di genere. La cucina italiana, così come viene raccontata, è stata a lungo una cucina maschile. I grandi ricettari stampati sono quelli delle corti, gestite da cuochi uomini. La cucina quotidiana, invece, era affare delle donne.

Donne che imparavano a fare molto con poco, che governavano l’economia domestica, che nutrivano famiglie e comunità senza mai essere riconosciute come autrici.

Anche l’Artusi, celebre manuale considerato il padre della cucina italiana, è il risultato di una vasta rete di contributi femminili. Una grande operazione collettiva che però ha lasciato nell’ombra i nomi e le voci di chi aveva fornito quelle ricette. Ragù nasce anche per restituire visibilità a queste autrici anonime.

RAGÙ – Reti e Archivi del Gusto

Il progetto RAGÙ vede la luce nel 2018 e prende forma nel tempo, senza finanziamenti pubblici, tra resistenze accademiche e molto lavoro volontario. La scelta del digitale è fondamentale. I quaderni vengono fotografati, digitalizzati, e immediatamente restituiti alle famiglie come un bene prezioso da tramandare. Ragù è un archivio, ma anche un gesto di cura di oggetti che non sono solo documenti ma dei veri e propri legami. Mila, infatti, racconta l’emozione, sua nel riceverli e quella di chi consegna i quaderni, con esitazione, timore e lacrime non trattenute.

Grazie alla collaborazione con il centro Dh.arc dell’Università di Bologna, al patrocinio della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Bologna, e alla visibilità ottenuta negli ultimi anni, il progetto ha iniziato a crescere e a essere notato anche fuori dall’accademia.

L’incontro con Cook – Corriere della Sera e l’interesse di Accademia Barilla

Il riconoscimento da parte di Cook – Corriere della Sera non arriva come un evento isolato, ma come l’esito di un’attenzione costruita nel tempo. Mila Fumini era già stata intervistata dalla redazione di Cook tra il 2021 e il 2022, in un momento in cui il progetto Ragù era ancora percepito come laterale, se non marginale, rispetto ai grandi filoni della ricerca accademica. Un’attenzione silenziosa, mai interrotta, che negli anni ha continuato a seguire l’evoluzione del progetto, le sue tappe pubbliche, le conferenze, le giornate di studio.

Il punto di svolta arriva con un convegno all’Archivio di Stato di Milano, occasione che porta alla pubblicazione di un articolo sul Corriere della Sera. È lì che il lavoro di Mila viene riletto, osservato nella sua continuità e nella sua profondità. Angela Frenda e Isabella Fantigrossi iniziano a guardare Ragù non solo come progetto di ricerca, ma come operazione culturale capace di tenere insieme memoria, cibo, storia di genere e restituzione pubblica. La decisione di assegnarle il premio Women in Food nasce da questo percorso.

Per Mila Fumini, quel riconoscimento rappresenta uno spartiacque. Non tanto per la visibilità, quanto perché segna finalmente la legittimazione di un lavoro portato avanti per anni con grande difficoltà, spesso percepito come “troppo domestico”, “troppo popolare” per essere considerato centrale.

L’Accademia Barilla

È proprio in quel contesto che prende forma anche il rapporto con Accademia Barilla. Un dialogo che parte dalla volontà di sostenere concretamente Ragù, offrendo per la prima volta una prospettiva di stabilità economica a un progetto cresciuto fino ad allora solo grazie alle energie personali della sua ideatrice. Per Mila l’incontro con Barilla è anche l’occasione per confrontarsi con un’organizzazione industriale strutturata, visitando sia l’archivio storico sia quello legato alla comunicazione visiva contenente campagne pubblicitarie, packaging, materiali iconografici che raccontano un’altra forma di memoria del cibo, questa volta mediata dall’industria.

Un’esperienza che la colpisce, soprattutto per l’accessibilità e la cura prestate, con una biblioteca aperta alla città, materiali messi a disposizione del pubblico e una palpabile consapevolezza del valore culturale della propria storia. Elementi che, pur nella distanza tra produzione industriale e scrittura domestica, entrano in dialogo con il lavoro di Ragù, fondato anch’esso sull’idea che il cibo sia un veicolo di identità, relazioni e memoria collettiva.

L’interesse di Accademia Barilla non snatura il progetto, ma ne rafforza le possibilità, dando all’autrice più tempo, più strumenti, più capacità di restituzione. Per la prima volta, Ragù può immaginare una crescita non affidata esclusivamente alla resistenza e alla passione, ma sostenuta da una struttura capace di amplificarne l’impatto.

Uno sguardo sul futuro: Ragù come archivio vivo

Il futuro di Ragù guarda all’apertura, ovvero alla possibilità di coinvolgere sempre più persone, di raccogliere quaderni anche dalle comunità migranti, di raccontare una cucina italiana plurale, in movimento e mai statica.

Il desiderio è quello di trasformare il progetto in una piattaforma realmente aperta, capace di accogliere quaderni di ricette da ogni parte del mondo. Un archivio vivo, alimentato dal basso, in cui le persone possano caricare i propri materiali, lasciando traccia di una sapienza domestica spesso destinata a scomparire. Un obiettivo che oggi resta complesso, soprattutto per la parte tecnica della metadatazione, che richiede competenze specifiche e tempo, risorse che, finora, Mila ha messo a disposizione quasi esclusivamente in forma volontaria, ritagliandole da uno spazio personale sempre più ridotto.

In questa prospettiva si inserisce anche il lavoro portato avanti negli Istituti Italiani di Cultura all’estero, dove Ragù diventa strumento per raccontare le cucine degli emigrati. Un movimento che non è mai unidirezionale. Accanto a Mila, fin dall’inizio, c’è la chef Alessia Morabito, presenza fondamentale per il progetto. Insieme, intrecciano racconto storico e pratica culinaria. Ma è soprattutto nel lavoro che Alessia svolge a Modena, formando donne immigrate, attraverso la cucina, che il progetto mostra con chiarezza la sua dimensione più profonda. Far scrivere e cucinare le ricette tradizionali a donne spesso semi-alfabetizzate significa riconoscere valore, dignità e memoria a saperi che rischierebbero di restare invisibili.

È qui che Ragù si rivela come un progetto etico

Ragù è un archivio che non raccoglie solo testi, ma riconosce il diritto di lasciare traccia. Per Mila Fumini è “giusto” che queste sapienze vengano ricevute, custodite e soprattutto trasmesse.

È questo il senso ultimo del suo sogno, che la piattaforma possa continuare ad alimentarsi anche in futuro, accogliendo contaminazioni reali, nate dai corpi, dalle migrazioni, dalle necessità. Quelle fusion autentiche che non nascono per moda o artificio, ma per adattamento e sopravvivenza.

Nel riflettere su questi percorsi, Mila riconosce una sensibilità che ritrova anche in alcune esperienze dell’alta cucina contemporanea, soprattutto femminile. Cita, tra le altre, Antonia Klugmann, per l’attenzione radicale al territorio, alle cultivar locali e, a una pratica di cucina che recupera principi antichi come lo zero waste e l’uso integrale della materia prima. Un approccio che non punta al virtuosismo fine a sé stesso, ma a un equilibrio tra ambiente, corpo e nutrimento, in continuità ideale con i saperi domestici delle generazioni precedenti.

Una memoria che chiede ascolto

Il lavoro di Mila Fumini ci ricorda che la storia non vive solo nei grandi eventi o nei nomi celebri. Vive anche in una grafia incerta, in una pagina macchiata, in una ricetta annotata di fretta. E che ascoltare quei quaderni significa, in fondo, riconoscere valore a gesti quotidiani rimasti in silenzio troppo a lungo.

RAGÙ – Reti e Archivi del Gusto Link

Sara Sanna

Caporedattore
Sarda, scrive da sempre di enogastronomia, da qualche anno in modo professionale. La passione per questi argomenti è una eredità preziosa della sua famiglia dove le tradizioni culturali si sono radicate in simbiosi col piacere di condividere e di godere della scoperta del buon cibo.
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