Negli ultimi anni, la condizione dei rider in Italia è diventato uno dei simboli più evidenti delle contraddizioni della gig economy.
Il lavoro dei rider, legato in particolare alle piattaforme di food delivery, si colloca infatti in una zona grigia tra autonomia formale e subordinazione sostanziale.
Si è parlato addirittura di “caporalato digitale” per sottolineare il fatto che i rider venivano sottoposti a pratiche lavorative simili a quelle del caporalato tradizionale, con un’intermediazione abusiva per l’assegnazione dei turni di lavoro.
In questo contesto si inserisce il recente commissariamento giudiziario d’urgenza di Glovo (Foodinho Srl) disposto dalla Procura di Milano. Il P.M. Paolo Storari ha infatti firmato un provvedimento che prova a interrompere la presunta situazione di sfruttamento lavorativo nei confronti di circa 40.000 lavoratori del settore in tutta Italia.
Il provvedimento riporta al centro del dibattito pubblico le tutele, i diritti e le reali condizioni di lavoro dei rider. L’intervento della magistratura, infatti, rappresenta l’esito di criticità emerse nel tempo e non un caso isolato, emerso dopo una lunga serie di inchieste e vertenze sindacali, inserendosi in un contesto già segnato da criticità strutturali. Quello che si è evidenziato nel corso degli anni è una sorta di caporalato digitale
Il lavoro dei rider nella gig economy
Uno degli aspetti più controversi del lavoro dei rider riguarda la loro qualifica contrattuale. Sebbene siano formalmente inquadrati come lavoratori autonomi, nella pratica essi operano spesso in condizioni molto simili a quelle del lavoro subordinato.
Le piattaforme, infatti, organizzano turni, assegnano le consegne tramite algoritmi, monitorano le prestazioni e applicano sistemi di penalizzazione. Di conseguenza, questa distanza tra forma giuridica e realtà lavorativa ha prodotto un significativo vuoto di tutele, ovvero, assenza di ferie, mancanza di copertura in caso di malattia e compensi spesso inadeguati rispetto alle ore effettivamente lavorate.
Compensi bassi e redditi instabili
L’altro nodo irrisolto di questo settore è rappresentato dalla retribuzione. Negli ultimi anni, numerose inchieste hanno mostrato come il pagamento a consegna, talvolta inferiore ai tre euro (testimonianze di questi giorni parlano di 2,5 euro), renda estremamente instabile e insufficiente il reddito dei rider.
Inoltre, il tempo di attesa non sempre viene retribuito, mentre i costi di lavoro — come mezzi di trasporto, manutenzione e strumenti digitali — restano interamente a carico dei lavoratori. Per questo motivo, molti rider sono costretti a lavorare un gran numero di ore consecutive, spesso in condizioni climatiche impossibili, pur di raggiungere un reddito minimo accettabile.
Il ruolo degli algoritmi nel controllo del lavoro
Un altro aspetto cruciale riguarda il funzionamento degli algoritmi. Nel tempo, le piattaforme hanno sviluppato sistemi di ranking che premiano la disponibilità continua e la rapidità di consegna, penalizzando chi rifiuta incarichi o lavora meno ore. Va da sè che questi meccanismi, sebbene presentati come neutrali, esercitino un forte controllo indiretto sul comportamento dei rider.
Di fatto, la libertà di scegliere quando lavorare risulta spesso limitata dal timore di perdere punteggio nell’algoritmo e quindi, future opportunità di guadagno.
Il settore dei rider e la cronaca degli ultimi anni
Inoltre non possiamo dimenticare che ogni anno, numerosi incidenti stradali coinvolgono i rider, spesso a causa dell’intensità del lavoro, dei ritmi serrati e della scarsità di sicurezza.
Nel 2020, l’Osservatorio Nazionale Sicurezza Stradale aveva già registrato un aumento degli incidenti che coinvolgevano i lavoratori delle consegne, molti dei quali erano giovani e non avevano tutele adeguate. Da questi episodi hanno avuto origine diverse manifestazioni che hanno portato i rider a riunirsi in sindacati che hanno più volte organizzato, nelle maggiori città italiane, degli incontri per cercare di ottenere una regolamentazione del loro lavoro. Senza dimenticare che i lavoratori di questo settore sono sottoposti ad uno stress fisico e mentale non indifferente.
I ritmi frenetici, l’incertezza del lavoro e la continua competizione tra colleghi possono portare a problemi di salute mentale. Molti rider hanno denunciato l’assenza di supporto psicologico e l’isolamento che vivono quotidianamente.
Le inchieste giudiziarie e il caso Glovo
Negli ultimi anni, la magistratura italiana è intervenuta più volte nel settore del food delivery. Prima Uber Eats, poi Deliveroo e infine Glovo sono finite sotto la lente d’ingrandimento per presunte violazioni delle norme sul lavoro.
In particolare, il commissariamento di Glovo rappresenta un passaggio rilevante perché non si limita a una sanzione economica, ma punta a modificare l’organizzazione aziendale.
Il commissariamento, disposto dalla Procura milanese, non comporta la sospensione ma l’affiancamento alla dirigenza di un amministratore nominato dal Tribunale il quale dovrà sanare l’organizzazione dell’azienda e provare a regolarizzare i lavoratori, nel rispetto delle normative in materia di previdenza e di lavoro.
L’ipotesi di sfruttamento e caporalato evidenzia come il problema non riguardi singoli episodi, bensì un sistema che, nel tempo, ha prodotto condizioni di lavoro giudicate incompatibili con la dignità della persona.
Nello specifico l’azienda viene accusata di aver sfruttato lo stato di bisogno dei lavoratori, spesso di nazionalità straniera, offrendo retribuzioni inferiori di oltre l’80% al minimo salariale e alla soglia di povertà, andando a ledere i principi sanciti dall’art. 36 della Costituzione.
Il tutto attraverso il sistema algoritmico che “mappa” costantemente i lavoratori tramite Gps, penalizza i ritardi e le mancate accettazioni.
I tentativi di regolamentazione del lavoro dei rider
Parallelamente alle inchieste giudiziarie, il legislatore ha provato ad intervenire. Dal cosiddetto “decreto rider” del 2019 fino agli accordi collettivi più recenti, sono stati introdotti alcuni obblighi minimi in termini di sicurezza e compenso.
Tuttavia, tali misure si sono spesso rivelate insufficienti o difficili da applicare. La frammentazione contrattuale, unita alla dimensione transnazionale delle piattaforme, ha infatti limitato l’efficacia delle riforme.
Di conseguenza, sul tavolo resta sempre aperto il dibattito tra chi difende la flessibilità del modello e chi chiede maggiori garanzie per i lavoratori.
Conclusione: il futuro del food delivery in Italia
In conclusione, la condizione dei rider negli ultimi anni mette in luce i limiti di un modello economico fondato sulla massima flessibilità e sul contenimento dei costi del lavoro. Il commissariamento di Glovo potrebbe rappresentare un punto di svolta, ma solo se sarà seguito da cambiamenti concreti e strutturali.
In definitiva, il futuro del food delivery in Italia dipenderà dalla capacità di trovare un equilibrio tra innovazione tecnologica, sostenibilità economica e dignità del lavoro.






